Rohingya, nemmeno un Nobel ferma la persecuzione
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di Leone Grotti09-01-2017 AA+A++

Un bambino che giace morto sulla spiaggia, con la faccia affondata nel fango, e un filmato che mostra il trattamento che i militari birmani riservano alla minoranza musulmana dei rohingya: calci, pugni e bastonate a cittadini inermi. Mai come in queste settimana tutti i giornali del mondo sono tornati ad occuparsi di una delle minoranze più discriminate al mondo.

I rohingya sono un gruppo etnico di fede musulmana che vive nel nord-est del Myanmar, nella regione di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Si tratta di circa un milione di persone, che costituiscono un terzo della popolazione della regione, per il resto abitata da buddisti di etnia rakhine. I rohingya non sono mai stati accettati nel paese e la popolazione nutre verso di loro un’avversione che sfocia in discriminazione e persecuzione. Nonostante i primi musulmani vivessero nella regione già nel IX secolo ed esistano tracce dei rohingya in documenti datati 1799, il loro numero è cresciuto dopo l’annessione del paese da parte dei britannici nel 1826, che ha permesso a decine di migliaia di musulmani bengalesi di stabilirsi nella regione.

Chiamandoli in modo dispregiativo “bengalesi di fede musulmana”, e mai rohingya, il Myanmar nega loro la cittadinanza, concessa invece ad altre 135 etnie nel paese, sostenendo che non siano davvero birmani. Non essendo cittadini legittimi, i rohingya non possono avere accesso al sistema educativo e sanitario e difficilmente vengono assunti in qualunque mansione. Il regime militare, cha ha governato ufficialmente il paese dal 1962 al 2011, ufficiosamente molto di più, ha sempre commesso i più svariati abusi contro di loro: confisca dei terreni, lavori forzati, torture, esecuzioni sommarie e stupri, solo per citarne alcuni. I rohingya, inoltre, non hanno diritto alla proprietà privata e non possono avere più di due figli. A centinaia di migliaia abitano rinchiusi in campi per sfollati, che secondo alcuni sarebbero addirittura campi di concentramento, dove le condizioni di vita sono spaventose.

Anche per questo flussi enormi di disperati lasciano ogni anno il Myanmar (260 mila solo tra il 1991 e il 1992, 140 mila nel 2012 dopo violenti scontri con la maggioranza buddista), soprattutto verso paesi musulmani come Malaysia, Indonesia e Bangladesh. Anche se in quest’ultimo paese vivono in campi profughi circa 500 mila rohingya, i paesi musulmani usualmente li respingono, aggravando la loro condizione di apolidi, affermando di non avere i mezzi per mantenerli e dichiarandoli esplicitamente «persone non gradite».

Se la stragrande maggioranza della popolazione, di religione buddista, non vuole i rohingya, al di là della infinta diatriba sulla loro provenienza, è anche perché il gruppo ha tentato la secessione nel 1948, fallita definitivamente nel 1961. E nonostante oggi non rappresentino in alcun modo una minaccia credibile, i buddisti temono sempre che vogliano creare un’entità islamica nel loro paese con l’uso delle armi. Decine di volte l’Onu ha chiesto alla giunta militare del Myanmar di risolvere il problema, ma il regime ha sempre negato l’esistenza sia del problema, sia di un “lento genocidio” in atto. 

Ora l’attenzione mondiale è tornata a concentrarsi sui rohingya. Non solo perché un gruppo armato, chiamato Harakah al-Yakin, nato in seno alla comunità musulmana locale ma guidato da un comitato di rohingya che risiede in Arabia Saudita, ha condotto il 9 ottobre un attentato terroristico a Maungdaw, scatenando una nuova violenta repressione da parte del governo che non si è ancora conclusa. Ma soprattutto perché al governo, dopo le elezioni  del 2015 vinte dai democratici, non c’è più un regime ma un premio Nobel per la pace: Aung San Suu Kyi, che ad aprile ha assunto il ruolo equivalente a primo ministro.

Tutti si aspettavano che una paladina dei diritti umani come lei, che dopo aver stravinto le elezioni del 1990 è stata detenuta dai militari e posta agli arresti domiciliari per almeno 15 anni fino al 2010, si battesse strenuamente a difesa dei rohingya e risolvesse il problema in pochi giorni. Invece anche la dama birmana non solo si è rifiutata di usare il termine “rohingya”, ma ha negato le violenze dell’esercito, scatenando il coro indignato dell’Occidente. Non c’è dubbio che San Suu Kyi potrebbe fare di più per alleviare le sofferenze di una parte della popolazione, ma è altrettanto certo che se agisse in modo eclatante in difesa dei rohingya scoppierebbe la rivoluzione nella regione di Rakhine, e forse anche nel resto del paese. Incarnare un diritto umano astratto nella realtà complessa del Myanmar sarà la missione più difficile per il premio Nobel.


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