La sinistra scopre (tardi) il garantismo
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di Ruben Razzante19-05-2017 AA+A++

La pubblicazione di intercettazioni penalmente irrilevanti e lesive della privacy delle persone coinvolte è una delle piaghe del rapporto malato tra giustizia e informazione. A giovarsi di tale patologia sono stati per anni soprattutto i partiti di sinistra e le forze populiste, che salutavano come una vittoria della libertà di stampa la discutibile divulgazione di telefonate private di alcuni personaggi pubblici e avversari politici, in particolare quelle di Silvio Berlusconi.

Oggi, per una sorta di nemesi dagli esiti ancora imprevedibili, lo schieramento dei giustizialisti carnefici si trova in imbarazzo di fronte alla “bulimia intercettatoria” che riguarda Matteo Renzi e il cosiddetto “giglio magico”. Per di più, al suo interno si percepiscono scricchiolii e frizioni eclatanti, come quella tra l’ex Presidente della Repubblica e il presidente del Pd. 

Giorgio Napolitano, che evidentemente vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa con Matteo Renzi, ha attaccato senza troppi giri di parole il Pd: "Tutti adesso gridano contro l'abuso delle intercettazioni e l'abuso della pubblicazione. È un'ipocrisia paurosa perché è una questione aperta da anni e anni con sollecitazioni frequenti e molto forti da parte delle alte istituzioni. Quella dell'abuso delle intercettazioni è una vicenda che si trascina in modo intollerabile". L’ex Capo dello Stato non ha dubbi: bisogna chiedersi "perché fino a oggi sono sfuggiti a qualsiasi soluzione normativa". Ma evidentemente dalle parti del Nazareno le parole di “Re Giorgio” non sono piaciute affatto e Matteo Orfini, che nel frattempo aveva parlato di “attacco alla democrazia” a proposito della pubblicazione delle intercettazioni riguardanti l’ex premier, gli ha replicato a muso duro. Contro Orfini lo scissionista Roberto Speranza, che paragona il presidente dem a Berlusconi per i toni usati contro le toghe e contro i giornali che pubblicano telefonate come quella tra l’ex premier e suo padre Tiziano. Mentre all’epoca dei governi Berlusconi la sinistra era compatta nell’incoraggiare la gogna mediatico-giudiziaria ai danni dell’ex Cavaliere, ora si scopre improvvisamente garantista e rispettosa della privacy e si divide al suo interno tra renziani e antirenziani.

Nel 2009 abbiamo assistito al massacro mediatico dell’allora ministro Mara Carfagna, crocifissa  per via di un’intercettazione piccante in realtà mai esistita (così ha dimostrato il Tribunale di Roma). Nel 2011 abbiamo rischiato l’incidente diplomatico con la Germania per il chiacchiericcio su una presunta conversazione telefonica – pure quella mai dimostrata - in cui l’allora premier Silvio Berlusconi si sarebbe riferito alla cancelliera Angela Merkel utilizzando epiteti irriferibili. In tempi più recenti, le “cimici” sono entrate direttamente nelle mura domestiche dei ministri Federica Guidi e Nunzia De Girolamo, creando baraonda mediatica fino a provocarne le dimissioni pur in assenza di reato.

Per anni, insomma, i giornali sono andati a nozze riportando in prima pagina passaggi integrali di intercettazioni telefoniche, spesso penalmente irrilevanti, che hanno violato e violentato la privacy di persone indagate nell’ambito di un procedimento penale o a volte neppure coinvolte, “colpevoli” soltanto di aver telefonato a una persona che in quel momento aveva l’apparecchio sotto controllo. Intercettazioni riportate in forma scritta e persino in formato audio. Ricorderete le conversazioni telefoniche in cui Silvio Berlusconi parlava con le “olgettine”, assidue frequentatrici delle serate di Arcore, che furono generosamente distribuite da quasi tutte le testate on line mentre il procedimento penale si trovava ancora nella fase delle indagini preliminari. 

Intercettazioni diffuse dalle Procure, finite nella gran cassa mediatica dei giornali e quindi planate direttamente in Parlamento. Dove a trarne maggior vantaggio, per molti anni, è stata sempre e solo un’unica parte politica: il centrosinistra. Che si è poi scoperta improvvisamente garantista quando le conversazioni scomode hanno cominciato a riguardare anche il Partito Democratico. 

Come ricordato poc’anzi, a causa di conversazioni telefoniche imbarazzanti hanno perso in tempi recenti la loro poltrona il Ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi – registrata mentre tentava di rassicurare il compagno indagato nell’ambito dell’inchiesta Tempa Rossa – e il Ministro delle Politiche Agricole, Nunzia De Girolamo, intenta a usare espressioni colorite e sicuramente poco “istituzionali” mentre parlava con alcuni indagati coinvolti nello scandalo della Asl di Benevento. Dimissioni spontanee, è chiaro. Ma certamente incentivate dall’allora inquilino di Palazzo Chigi, Matteo Renzi. 

L’ossessione mediatica verso le intercettazioni telefoniche oggi è diventata talmente forte che ci stiamo addirittura dibattendo per capire se per caso i politici, sapendo di essere intercettati, utilizzino a loro volta questo potente strumento d’indagine per il proprio tornaconto personale e per apparire a mezzo stampa come novelli “eroi civili”. Dando origine a una pericolosissima distorsione mediatica a scapito della giustizia.

E’ il caso di una conversazione, datata 2 marzo e inerente all’inchiesta Consip, pubblicata dal giornalista de Il Fatto Quotidiano, Marco Lillo in un suo libro appena dato alle stampe. In quella telefonata proprio Matteo Renzi maltratta il padre e gli intima di “dire tutta la verità ai magistrati”. Possibile che l’ex premier – a conoscenza dell’indagine dallo scorso luglio – non immaginasse che il telefono del “babbo” fosse sotto controllo? 

“Elucubrazioni ridicole, non sanno più a che cosa attaccarsi – ha ribattuto Renzi alle accuse di essersi costruito strumentalmente e furbescamente da solo quella telefonata – il disegno è chiaro: si tratta dell’ennesima tappa di un’operazione che dura da mesi”. 

Qualunque sia la verità, rimane un dato di fatto.  In nessun Paese europeo si intercetta tanto quanto in Italia e si viola sistematicamente il divieto di pubblicazione delle intercettazioni. Si è parlato all’infinito di modello elettorale tedesco da cui trarre ispirazione, ma viene in mente che l’unico modello che dovremmo importare dalla Germania è quello giudiziario. Durante la fase delle indagini preliminari, infatti, per i giornali tedeschi vige il divieto più assoluto di pubblicare intercettazioni. Che potranno invece essere rese note soltanto all’avvio della fase dibattimentale. Una regola che non toglie valore allo strumento d’indagine – anzi lo rafforza – ma allo stesso tempo tutela la dignità degli indagati, risparmiando loro una devastante gogna mediatica. 

Lunedì approda in aula alla Camera il disegno di legge di riforma del processo penale, che introduce norme più restrittive anche in materia di utilizzo e pubblicazione degli ascolti. Ci sarà la volontà politica di approvarlo in tempi brevi?


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