L'attacco a Renzi vuoto, ma odora di "macronismo"
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di Robi Ronza18-05-2017 AA+A++

Non è che nelle segrete stanze di qualche banca o di qualche “think tank” qualcuno ci sta preparando una versione italiana di Macron? Di fronte all’improvviso attacco concentrico contro  Renzi e  suoi, che è iniziato in questi ultimi giorni, viene da domandarselo. Dalle intercettazioni telefoniche che sono state diffuse da Il Fatto Quotidiano non emerge nulla di penalmente rilevante. L’unico reato certo che esse comprovano è quello della loro illecita diffusione. E non c’è alcuna proporzione tra la notizia della telefonata tra l’allora ministro Elena Boschi e l’allora amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, e la valanga mediatica che è stata messa in moto sullo spunto di essa. Il ministro avrebbe telefonato al banchiere perorando la causa della traballante Banca d’Etruria da parte di Unicredit; una richiesta cui il banchiere non avrebbe dato seguito. Tutto qui.

Con la libertà che ci viene dal non essere mai stati favorevoli a Renzi e al suo progetto possiamo dire senza timore di fraintendimenti che la vicenda è molto sospetta. Sorprende il divario tra la violenza dell’attacco e la scarsa rilevanza delle accuse. E sorprende la gigantesca eco che le sta dando una costellazione di grandi giornali e telegiornali tutti quanti vicini a grossi interessi che assomigliano molto a quelli che hanno sostenuto con successo in Francia la rapidissima ascesa di Emmanuel  Macron.

In sede più strettamente politica l’attacco viene condotto da ambienti lato sensu di centrosinistra, ossia dalla parte dello stesso schieramento politico in cui Renzi comunque si situa.  Ambienti di cultura borghese neo-radicale che, beninteso, non hanno più niente a che vedere con la base sociale operaia e popolare dei partiti di sinistra storici. Assistiamo così  a un intreccio, esso pure molto simile a quello di cui si è avvalso Macron, tra la grande finanza dell’era della globalizzazione e quell’impasto di nuovi professionisti e di neo-proletariato urbano giovanile che dalla globalizzazione trae, o più spesso spera di trarre, vantaggio.

La recente esperienza francese dimostra che, a patto di disporre di mezzi e di tecniche adeguati, oggi si può inventare un capo di Stato e di governo in meno di un anno. E non c’è nemmeno bisogno che sia un uomo nuovo. Si può anche prendere uno che è già sulla scena e rifargli il “look”. Fino allo scorso agosto Macron era uno dei più importanti ministri del governo nominato da Hollande; oggi siede al suo posto all’Eliseo, ove peraltro tra il 2012 e il 2014 era stato vice-segretario generale. Anche il carisma, che sin qui la politologia riteneva indispensabile, non è più necessario: una faccia da primo della classe e un cappottino blu di ottimo taglio sono sufficienti.

Sia ben chiaro che di un tale stato di cose non si può soltanto accusare l’élite o i proverbiali “poteri forti”, oggi peraltro sempre più spesso messi alla berlina. Se operazioni di questo genere sono possibili è innanzitutto a causa dell’affievolirsi della capacità di memoria e di autonomia culturale del popolo, ossia del primo e fondamentale  presidio della libertà.

Nella misura in cui tali capacità vengono meno, da un mese all’altro si può fare e dire tutto, e il contrario di tutto, senza suscitare né sorpresa né scandalo. Nel vuoto politico che si sta creando nel nostro Paese il pericolo maggiore è questo. Se è vero che il blocco finanziario  e sociale di cui si diceva sta puntando anche  in Italia a un “Macron”, una delle carte più in evidenza è Gentiloni. In una situazione in cui la flessibilità conta più di ogni altra cosa, Gentiloni è un campione nella materia. A vederlo adesso chi mai direbbe che sia stato  uno dei leader del Movimento Studentesco romano in diretto collegamento con Mario Capanna, e che sia stato poi segretario per il Lazio di un gruppo maoista? E chi si immaginerebbe che fino al 1993 abbia avuto un ruolo di rilievo nel mondo dei “verdi”?  E se oggi un proverbiale marziano sbarcasse a Roma da un proverbiale disco volante come potrebbe accorgersi che Gentiloni è stato messo da Renzi a Palazzo Chigi perché gli facesse da presunto innocuo ferma posto in attesa del suo ritorno?

Oltralpe Macron, o meglio le forze di cui egli è il vessillifero, stanno portando avanti una manovra che viene chiamata di “scomposizione e ricomposizione” delle forze politiche in campo: il suo primo grande segno è stata la nomina del nuovo primo ministro Philippe, preso dalle file dell’ala “laica” del partito neo-gollista dello sconfitto François Fillon. Proviamo a immaginarci che cosa accadrebbe nel nostro Paese se anche da noi si arrivasse a qualcosa di simile. Urgono alternative.


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