Integrazione: neanche in Germania è sostenibile
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di Anna Bono16-02-2017 AA+A++

Nel 2017 si stima che gli immigrati illegali potrebbero costare agli italiani 4,2 miliardi di euro. L’apparato assistenziale creato per accoglierli e ospitarli è la principale voce di spesa. Un’altro capitolo di spesa importante è dato dalle iniziative per la loro integrazione: l’insegnamento della lingua italiana per primo, accompagnato da una ampia scelta di corsi di formazione e avviamento al lavoro. Eccone qualche esempio. La Regione Lazio ha istituito per il 2017 dei corsi per Operatore del servizio di distribuzione pasti e bevande e Operatore della ristorazione. Cofinanziati dall’UE, sono destinati ai “migranti forzati”, neologismo che include titolari di protezione sussidiaria, di permesso di soggiorno per motivi umanitari e richiedenti asilo. I corsi prevedono per ogni partecipante 2 ore di orientamento, 200 di formazione, 100 di stage e 20 di accompagnamento, per un totale di 322 ore. La partecipazione è gratuita. Nel bando è specificato che è prevista una indennità di frequenza.   

Nel novembre del 2016 è stata aperta a Ozzano dell’Emilia, con la collaborazione delle Acli, dell’Asp e dell’Università di Bologna, dei comuni di Bologna e di Ozzano e di alcune associazioni locali, una "fattoria didattica solidale” per giovani africani richiedenti protezione internazionale che hanno già seguito un percorso di formazione zootecnica presso il Dipartimento di Scienze mediche veterinarie dell’Alma Mater. Tramite corsi, laboratori e tirocini la fattoria intende avviarli al lavoro agricolo e fornirli delle basi di una “imprenditorialità autodeterminata nel capo agricolo e zootecnico”. I promotori dell’iniziativa auspicano che: almeno una parte dei giovani resti nella fattoria solidale per accogliere e formarne altri. 

Lo scorso settembre la Direzione Generale Mercato interno, industria, imprese dell’UE ha emesso un bando per il finanziamento di progetti di formazione con servizio di mentoring di esperti per “lo sviluppo delle capacità imprenditoriali dei giovani migranti, rivolgendosi ai suddetti per promuovere attività di sostegno e approfondimento delle loro competenze professionali”. Il budget è di 2.150.000 euro destinati a finanziare quattro progetti. 

In Sardegna a fine novembre il Gruppo umana solidarietà Guido Puletti, Gus, ha avviato dei corsi professionalizzanti per pizzaioli, barman e cafetteria, rispettivamente di 50, 40 e 32 ore. I corsi che non sono gratuiti vengono pagati con risorse ministeriali. I primi 18 immigrati ammessi, residenti in centri Sprar, provengono da paesi africani: Gambia, Senegal, Nigeria, Ghana e Mali. Il Gus gestisce anche progetti di insegnamento della lingua italiana, di accompagnamento sanitario e legale.   

Ci sono altre migliaia di progetti che promettono l’integrazione degli immigrati. Ma quanti hanno reali probabilità di trovare in Italia un lavoro regolare o di diventare imprenditori, una volta terminati corsi e tirocini? L’Istat a fine 2016 ha calcolato un tasso di disoccupazione del 12%: 3.103.000 disoccupati, 144.000 in più rispetto al dicembre 2015. La disoccupazione dei giovani di età compresa tra 15 e 24 anni ha raggiunto il 40,1%. Quasi 4,6 milioni di persone vivono in condizione di povertà assoluta, il 46,6% ha meno di 34 anni: 2,1 milioni, 1,1 milioni dei quali minorenni. Il 13 febbraio la Commissione europea ha confermato che le previsioni di crescita dell’Italia, un aumento del Pil dello 0,9%, sono le più basse dell’UE. Inoltre nel 2017 il debito salirà  al 133,3% del Pil. 

La Svezia, che invece vanta una economia in crescita e nel 2017 prevede un incremento del Pil del 2,6%, nel 2016 ha dichiarato di non essere più in grado di ospitare gli emigranti dopo aver scoperto che, su 163.000 richiedenti asilo registrati nel 2015, a distanza di quasi un anno neanche 500 avevano trovato un lavoro regolare. Gli altri continuano a dipendere dall’assistenza pubblica e svolgono lavori in nero e sottopagati il che comporta una riduzione delle retribuzioni medie e del gettito fiscale. Statistiche governative dicono inoltre che a sette anni dal loro ingresso in Svezia solo il 60% circa degli immigrati svolgono lavori regolari. “Stiamo creando un nuovo sottoproletariato – dice Sten-Erik Johansson, direttore del sindacato dei lavoratori stranieri irregolari – che vivrà ai margini della società senza avere diritto alla pensione, ai permessi per maternità, a niente”.

Anche in Germania la situazione è difficile. Nel paese sono entrati circa 890.000 immigrati nel 2015 e 280.000 nel 2016. Dal dicembre 2015 al novembre 2016 hanno ottenuto un posto nel mercato del lavoro primario – lavori qualificati, ben retribuiti, con tutele sindacali… – 34.000 immigrati dagli otto principali paesi di emigrazione su 406.000 registrati presso i job center e le agenzie per il lavoro. “La maggior parte dei profughi non troverà lavoro nei prossimi due anni – sostiene il direttore dell’Istituto per il mercato del lavoro e la ricerca professionale Joachim Moller – se in cinque anni ci riuscirà il 50% potremo considerarlo un grande successo”.  

Può mai l’Italia illudersi di riuscire a fare di meglio? E, questione non secondaria, è economicamente sostenibile spendere tanto in formazione e qualificazione di persone la maggior parte delle quali non si sa neanche se potranno continuare a vivere in Italia? Nel 2016 solo 4.940 immigrati hanno ottenuto lo status di rifugiato e neanche loro è detto che faranno del nostro paese la loro residenza definitiva: quasi ogni profugo desidera tornare a casa propria e lo fa non appena possibile. 


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