Immigrazione, il piano italiano è senza futuro
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di Gianandrea Gaiani09-01-2017 AA+A++

Un decreto legge per semplificare le procedure e modificare alcune norme; una serie di accordi con i paesi di origine e transito degli immigrati illegali per rendere effettivi i rimpatri forzati; accoglienza distribuita sul territorio nazionale rinnovando gli incentivi già previsti per i comuni che accolgono i migranti; nuovi Centri di identificazione ed espulsione (CIE)  per ospitare coloro che devono essere rimpatriati.

Il piano annunciato dal governo italiano appare illusorio perché basato su variabili che non dipendono da Roma, non tiene conto della resistenza che moltissimi clandestini opporranno all’espulsione e soprattutto perché non fa nulla per scoraggiare gli arrivi dalla Libia. Quale deterrenza può esprimere un piano che per il premier Paolo Gentiloni si basa sulla capacità di coniugare "l'attività umanitaria e d'accoglienza" con le "politiche di rigore e di efficacia nei rimpatri"?

Il primo passo sarà un decreto legge che preveda l'annullamento del secondo grado di giudizio in caso di negazione del diritto d'asilo, la semplificazione delle procedure che riguardano le notifiche di espulsione e la possibilità di iscriversi all'anagrafe solo con il permesso di soggiorno regolare. Il provvedimento rischia però di restare aria fritta se coloro che devono essere espulsi, cioè il l’80 per cento almeno di quanti sono sbarcati negli ultimi sei anni secondo Frontex, non verranno cacciati fuori immediatamente dal territorio nazionale. Clandestini che del resto verranno rapidamente sostituiti da altri pronti a sbarcare se Roma non ordinerà alle sue navi militari di rispedire sulle coste libiche i clandestini soccorsi in mare e non vieterà a quelle degli altri paesi Ue e delle ong che si arricchiscono con i soccorsi agli immigrati illegali di sbarcare i clandestini in Italia.

Anche l’idea di Minniti di istituire nuovi CIE ha molti limiti anche se il ministro ha spiegato che "non avranno nulla a che fare con quelli del passato" e che "non c'entrano nulla con l'accoglienza ma con coloro che devono essere espulsi". L'obiettivo è arrivare ad avere centri quasi in ogni regione ma è chiaro che il numero di clandestini da espellere è enorme (se si rispettano le leggi e non si regala l’asilo a chiunque abbia pagato criminali per venire in Italia) e questa gente, per lo più uomini tra i 16 e i 35 anni, non resterà certo tranquillamente dentro i CIE ad attendere di venire espulsa.

Il terzo punto, che riguarda i rimpatri in base ad accordi bilaterali con i Paesi di provenienza, è forse il più aleatorio. E’ illusorio pensare di poter stipulare intese credibili con paesi africani governati da cleptocrazie e regimi che non vedono l’ora di liberarsi di parte della loro popolazione sia per alleggerire il peso demografico sia per incassare il denaro in valuta rimesso dagli immigrati. "Lavoriamo per rendere il più possibile effettivi i respingimenti forzati" ha confermato il titolare del Viminale confondendo forse i rimpatri o espulsioni (che si applicano a coloro che sono stati già accolti ma non hanno diritto all’asilo) e i respingimenti (che si applicano a chi viene negato l’accesso al territorio nazionale).

"Il problema è come e dove rimpatriarli", ha detto Minniti perché è "difficile pensare che si possa procedere ad un respingimento immediato delle persone irregolari: bisogna avere prima un rapporto con il paese che deve accoglierli". In realtà ne abbiano già con Tunisia, Nigeria, Egitto e Marocco ma i risultati concreti in termini di clandestini espulsi davvero non sono entusiasmanti.

Offrire denaro ai paesi africani affinché si riprendano i loro cittadini non ha senso perché ci obbligheranno periodicamente a rinegoziare “l’obolo” da versare fino a giungere a un vero e proprio ricatto. Sarebbe molto più efficace usare la leva finanziaria come bastone invece che come carota garantendo il blocco degli aiuti Ue allo sviluppo a tutti i Paesi che non si riportino a casa (a spese loro) i concittadini sbarcati illegalmente in Italia.

Le difficoltà e i costi legati ai rimpatri dovrebbero indurre il governo a procedere immediatamente a riportare sulle coste libiche coloro che vengono raccolti in mare (esclusi bambini soli o persone bisognose di cure, da rimpatriare in un secondo tempo) applicando quei respingimenti assistiti che da anni chi scrive propone come unica soluzione in grado di fermare i flussi illegali di migranti.

Minniti nei prossimi giorni è atteso a Tripoli dove incontrerà un governo di fatto inesistente e che non controlla la Tripolitania, regione in cui la metà del PIL è garantito dai traffici di clandestini verso l’Italia e il cui pseudo-premier, Fayez al-Sarraj ha già detto più volte che non accetterà di riprendersi i migranti salpati dalle coste libiche.

Il governo Gentiloni intende poi ridurre l’impatto dei migranti sul tessuto sociale italiano puntando su un’accoglienza diffusa, pochi immigrati in centri diffusi in tutti gli 8 mila comuni italiani contro i 2.600 che a oggi ne ospitano (spesso costretti dalle prefetture) sul proprio territorio. Un modo per rendere meno visibili persone che non hanno alcun titolo per essere accolte usando anche la leva del rinnovato incentivo di 500 euro a migrante elargito nel 2016 ai comuni “collaborativi”.

Solo il tempo potrà dire se il governo intende davvero imprimere un giro di vite sull’immigrazione o se si tratta della solita manfrina in atto in tutti i Paesi Ue i cui governi cercano di mostrarsi oggi intransigenti dopo aver perso consensi proprio a causa delle politiche d’accoglienza di un’immigrazione illegale islamica ormai non più tollerabile nè tollerata. Un po’ di chiacchiere forse utili a ridurre l’emorragia di voti verso i partiti cosiddetti populisti in vista delle elezioni che si terranno entro i prossimi 12 mesi in molti paesi europei, Italia inclusa.


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