Il Papa in Egitto, segno di un islam che cambia
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di Giorgio Bernardelli19-03-2017 AA+A++

Il viaggio di papa Francesco in Egitto si farà davvero e molto presto: il 28 e 29 aprile. Ad ufficializzarlo è stata ieri la Sala stampa vaticana con un comunicato in cui si spiega che il Pontefice ha accolto «l’invito del presidente della Repubblica (al Sisi ndr), dei vescovi della Chiesa cattolica, di sua santità papa Tawadros II (il patriarca dei copti, che sono la stragrande maggioranza dei cristiani egiziani ndr) e del grande imam della moschea di al Azhar, Ahmed Mohamed al-Tayyeb». L'indicazione di tutti i soggetti questa volta è importante per cogliere la portata di un viaggio che si annuncia già tra i più importanti di questo Pontificato.

Francesco non è il primo Papa a recarsi in Egitto: come si ricorderà già Giovanni Paolo II nel febbraio 2000 cominciò proprio da questa terra il suo Pellegrinaggio giubilare ai Luoghi della salvezza. Perché anche l'Egitto è Terra Santa, per via del significato dell'esperienza del Sinai nella Bibbia e anche per il fatto che Gesù stesso - come raccontano i vangeli - abitò questa terra quando la Sacra Famiglia fu costretta a fuggire dalla violenza di Erode. Eppure proprio nel luogo più significativo di questa storia cristiana dell'Egitto - l'antichissimo monastero di Santa Caterina, ai piedi del Monte Oreb, dove Mosé ricevette le tavole della Legge - papa Francesco oggi a differenza di Giovanni Paolo II non potrà andare. Da molto tempo, infatti, tutta l'area del Sinai ormai è fuori controllo in Egitto; è nelle mani di milizie locali che hanno giurato fedeltà all'Isis ed - esattamente come a Mosul e a Raqqa - vogliono cancellare questa presenza cristiana. Lo hanno fatto nelle scorse settimane nella città di al Arish, con sette cristiani uccisi uno alla volta semplicemente perché cristiani. Uno stillicidio che ha costretto oltre 300 famiglie copte a lasciare tutto e a trasferirsi ad Alessandria o a Ismailia. E non c'è alcun dubbio che il sogno di questi movimenti sia portare tutto questo anche al Cairo; e che lo coltivino facendo leva sull'ambiguità di quel mondo islamista legato ai Fratelli musulmani che attende ancora rivincite dopo il colpo di mano del 2013, quando proprio il generale al Sisi - oggi presidente - spazzò via il governo del loro leader Mohammed Morsi, passato all'incasso alle urne nelle elezioni del dopo Mubarak.

È quindi dentro a questo quadro che va inserita la visita del Papa al Cairo e in particolare ad al Azhar, il più importante centro dottrinale del mondo sunnita, guidato oggi dall'imam al-Tayyeb. Quello stesso al-Tayyeb che nel 2013 si schierò dalla parte di al Sisi e non dei Fratelli musulmani; e che in questi anni ha mantenuto questa linea, nonostante pressioni molto forti in senso contrario all'interno di al Azhar. Non è un caso che appena pochi giorni fa proprio al Azhar abbia ospitato una Conferenza internazionale con la presenza dei patriarchi delle Chiese orientali, conclusasi con una dichiarazione di mutua coesistenza tra musulmani e cristiani. Un testo che - come osservava Robi Ronza qualche giorno fa su questo sito - pur non essendo privo di reticenze rappresenta comunque un passo avanti importante nel disarmo dottrinale dell'estremismo islamista.

Ed è il motivo per cui un Papa che va ad al Azhar oggi al Cairo non è avvertito in contraddizione con la vicinanza ai copti, così duramente colpiti in questi anni dalla violenza islamista. Non si conoscono ancora i dettagli delle due giornate al Cairo ma non ci vuole molto ad azzardare una previsione: tra i posti dove Francesco sosterà vi sarà probabilmente anche la chiesa di San Pietro e Paolo, quella della strage compiuta da un kamikaze lo scorso 11 dicembre. Il luogo dell'incubo peggiore per i cristiani dell'Egitto: la vulnerabilità nel luogo più prevedibile e in teoria anche più facilmente difendibile del Cairo. La chiesa - che si trova a fianco della sede patriarcale di Tawadros II - è stata riaperta e proprio in questi giorni ha ritrovato anche le sue campane: alla fine di aprile avranno un motivo in più per suonare.

Facendo giustizia anche di una lettura sbagliata che è ricominciata a circolare anche in queste ore: c'è già chi sta mettendo in contrapposizione la visita di Francesco alla rottura dei rapporti con al Azhar, avvenuta con Benedetto XVI. Sarebbe bene ricordare che quella rottura avvenne per un motivo preciso: le parole forti di condanna pronunciate da Ratzinger dopo un'altra strage, quella avvenuta alla vigilia del Capodanno 2011 in una chiesa di Alessandria. «Questo vile gesto di morte offende Dio e l'umanità intera» disse Ratzinger e tanto bastò perché al Azhar - allora - parlasse di «ingerenza» innescando la crisi. La verità, dunque, è che su questo punto è cambiato più al-Tayyeb che il Vaticano in questi anni. Perché nel frattempo è cambiato - e molto - l'Egitto intorno a lui.


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