Gran Bretagna, l'isola fedele. Nonostante tutto
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di Angela Pellicciari10-08-2017 AA+A++

Un tempo era l’isola fedele. Sto parlando della Gran Bretagna. Isola fedele a Roma. Beda il Venerabile (672-735), nella sua Storia ecclesiastica degli angli, così descrive il terrore e la disperazione che si diffondono al tempo delle invasioni barbariche: “Nell’anno 1164 dalla sua fondazione, Roma fu presa e saccheggiata dai Goti. Da quel tempo i Romani cessarono di governare in Britannia, dopo circa quattrocentosettanta anni da quando Giulio Cesare era sbarcato sull’isola”; privata della sua difesa, alla Britannia “non restò altro che diventare essa stessa una preda”: Scotti a ovest, Pitti a nord, “venne a trovarsi immersa nel terrore e nel dolore per molti anni”, “come gli agnelli dalle bestie feroci, così i miseri cittadini sono straziati dai nemici”. Dopo Scotti e Pitti è la volta dei Sassoni –orientali, meridionali, occidentali-, degli Angli –orientali e centrali-, dei Merci e dei Northumbri. Un caos. Come, a distanza di secoli da Beda, scrive il grande polemista-poeta Chesterton ne La ballata del cavallo bianco: “gli dei del caos urlano per la caduta di Roma”.
 
Le cose cambiano in fretta quando un grande papa, Gregorio Magno (590-604), “per ispirazione divina”, invia 40 monaci al seguito di Agostino a rievangelizzare l’isola tornata pagana. I missionari, in un primo momento “vinti da un terrore che li paralizzava, pensarono di tornarsene a casa piuttosto che recarsi da una gente barbara, feroce, miscredente, della quale non conoscevano neppure la lingua”, ma papa Gregorio non arretra e li sprona, li esorta, li ammonisce: “Sarebbe stato meglio non iniziare una buona opera piuttosto che pensare di tornare indietro”. Ripreso coraggio i monaci vanno e la missione ha un tale successo, la predicazione di Agostino avviene con tali e tanti miracoli, che Gregorio, pieno di consolazione, scrive: “Per amore di Lui [Gesù] noi cerchiamo in Britannia dei fratelli che non conosciamo, e per suo dono abbiamo trovato coloro che cercavamo senza conoscerli”.
 
Da allora e per tanti secoli l’Inghilterra, piena di riconoscenza a Roma e al papato che ne ha direttamente promosso l’evangelizzazione, ha una vita religiosa splendida, piena di monasteri e abbazie, ricca di vocazioni, protagonista, in strettissima comunione con Roma, dell’evangelizzazione dei sassoni rimasti sul continente col monaco Bonifacio (673-754) patrono della Germania.
 
Le radici cattoliche della Gran Bretagna sono molto profonde. Tanto che la stessa riforma anglicana non smette di rivendicare per i vescovi inglesi la successione apostolica. A voler sradicare dal cuore degli inglesi la fedeltà a Roma è Enrico VIII, il re che sposa sei donne, ne fa uccidere due, e si dichiara capo della chiesa. Eppure nonostante tutto, nonostante la barbarie della persecuzione, della crudeltà, della violenza, della calunnia e delle menzogne usate contro i cattolici, la brutalità del potere non riesce a riportare una vittoria completa. Nel corso dei secoli conversioni spettacolari sono lì a dimostrare che la battaglia antiromana non è stata del tutto vinta (Newman e Chesterton sono solo due fra gli esempi più famosi relativi agli ultimi due secoli), fino ad arrivare ai nostri giorni quando una costituzione apostolica di Benedetto XVI consente non solo ai singoli ma ad intere comunità parrocchiali di tornare a casa nella chiesa romana (Anglicanorum coetibus, 2009).
 
Bisogna dire che anglicani, puritani e presbiteriani ce l’hanno messa tutta. A cominciare dal piano culturale. Empirismo, massoneria, sistematica riscrittura della storia, invenzione del pericolo della sovrappopolazione (Malthus), introduzione del caso al posto di Dio (Darwin), eugenetica (Galton). Eppure, nonostante tutto, in Inghilterra non sono del tutto scomparse le radici cattoliche. E così, tanto per dirne una, nel cuore di Londra, a due passi da Marble Arch dove c’era l’albero  di Tyburn, il patibolo inventato da Enrico VIII per torturare e uccidere i condannati, c’è il convento di Tyburn con l’adorazione perpetua a presidio della nazione inglese.
 

Secoli di menzogne anticattoliche scritte e diffuse in tutto il mondo da coloro che fino all’inizio del novecento hanno avuto un impero mondiale non sono facili da smontare. Ma è un lavoro che va fatto. Elisabetta Sala l’ha fatto e lo sta facendo. Dopo aver scritto su Enrico VIII (L'ira del re è morte, 2008), sua figlia Elisabetta (Elisabetta “la sanguinaria”, 2010) e il cattolico Shakespeare (L' enigma di Shakespeare, 2011), adesso l’ha raccontato nella forma più immediata con un romanzo, un romanzo storico: L’esecuzione della giustizia (467 pp., 22,90 euro, D’Ettoris ed.).

Dagli scritti di Elisabetta traspare un amore per l’isola fedele che tale è rimasta, nonostante tutto, in nicchie non trascurabili della popolazione. Un bel romanzo.


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