Gentiloni non è solo una fotocopia. Purtroppo
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di Robi Ronza09-01-2017 AA+A++

Stiamo attenti a non credere troppo alla macchietta del Gentiloni fotocopia su cui sta campando il comico genovese Maurizio Crozza. L’uomo sta governando. Dai risultati che si prospettano c’è di che preoccuparsene, ma proprio per questo fare finta che non sia così non è di aiuto. Dall’onnipresente Renzi e alla sua cinguettante compagnia di bionde ministre sia passati di colpo allo schivo grigiore gentiloniano. E’ uno stile che l’attuale premier riesce a imporre con vigore. Si pensi al caso di Maria Elena Boschi la quale è ancora a Palazzo Chigi, ma chi lo direbbe? Né la si sente, né la si vede. Forse adesso veste solo in tailleurs grigio antracite, forse si è tinta i capelli di un bel grigio topo. 

Praticamente lo stile Pier Carlo Padoan, quello che con Renzi era l’eccezione, con Gentiloni è diventato la regola. S’intendono non solo i capelli pochi e spettinati, e le sentenze sibilline tradotte in italiano di malavoglia dall’originale inglese. S’intende soprattutto l’atteggiamento di chi ha scritto in faccia che sta al potere non perché lo vuoi tu, ma perché lo vogliono gli amici suoi; e finché lo vogliono loro tu te lo devi tenere. Almeno sui banchi dell’opposizione qualcuno si sta accorgendo che nel nostro Paese non c’è più dibattito politico? Siamo al  punto che viene nostalgia delle quotidiane “sparate” di Matteo Renzi. Per scombinate che erano se ne poteva prendere spunto per dire altro. Adesso invece niente. Già ricordavamo il… silenzio fuori ordinanza che circonda il caso del rinnovo dei vertici dei grandi gruppi industriali controllati dallo Stato [Il gas di Zhor e il rinnovo dei vertici di Eni & co.: così i media oscurano decisioni vitali per l'Italia]. Ma che dire del salvataggio a spese dei contribuenti del Monte dei Paschi di Siena e delle altre banche toscane e venete che sono praticamente fallite? Lo stesso rapporto tra deficit e prodotto interno lordo ne subirà il contraccolpo. Vogliamo parlarne? Vogliamo almeno porre quale  conditio sin qua non il congedo in blocco della loro attuale alta dirigenza? 

Rapido e invisibile il governo è anche andato in soccorso del Gruppo Mediaset, che con le sue sole forze non stava riuscendo a difendersi dalla “scalata” dei francesi del Gruppo Vivendi.  Si tratta di un colpo tanto buono quanto cattivo: buono perché salva dal controllo straniero l’unico grosso produttore televisivo privato italiano di proprietà italiana; cattivo perché pone perciò sotto l’égida del centro-sinistra l’unico segmento del sistema massmediatico italiano che ne era ancora fuori. E’ poi significativo anche il silenzioso ma robusto consenso che sia all’interno che in sede europea sta accompagnando la politica del ministro degli Interni Marco Minniti con riguardo ai flussi di migranti irregolari dalla Libia. Minniti sta facendo quello cui aveva puntato il suo predecessore Roberto Maroni suscitando lo sdegno delle anime belle del progressismo di ogni colore: va ad accordarsi e a finanziare chiunque sia in grado di fermare questi flussi, gestiti da passatori criminali, di cui i migranti non sono beneficiari bensì vittime. Beninteso, in linea generale è la via giusta, purché la si accompagni con proporzionate politiche di sostegno ai Paesi da cui tali flussi hanno origine. Quando però  i governi di centrodestra tentavano politiche analoghe erano tuoni e fulmini. Adesso che a farlo è invece un ministro di polizia post-comunista con vasta esperienza di servizi segreti, e  molto vicino a Massimo D’Alema, è  un coro di benedizioni da ogni dove, compresa Bruxelles. 

Mentre tutta questo accade restano invece al palo tutte le grandi riforme di struttura promesse da sempre ma poi o non fatte o lasciate a metà. Se è vero come è vero che la prima risorsa è il capitale umano, e quindi la prima  riforma che si impone è quella della scuola, il ministro che in questo governo è stato messo a capo della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricerca simboleggia come mai prima era accaduto l’aperta volontà di ignorare tale urgenza. Anzi di confermare la scuola statale come macchina gestita dai sindacati corporativi del settore principalmente a vantaggio del suo personale e non degli scolari e studenti; e come strumento di diffusione e tendenzialmente di imposizione del relativismo come cultura ufficiale di massa.  

Con Gentiloni e il suo improvvisato ministro degli Esteri Angelino Alfano non c’è poi dibattito nemmeno su cruciali questioni per il nostro Paese come le prospettive e i problemi che si aprono nel Mediterraneo e nel Levante a seguito dell’avviato esodo degli Usa dalla regione. E così pure sull’urgenza di sviluppare una politica estera italiana non subalterna nel Levante e nell’Est Europa a interessi che non mirano allo sviluppo condiviso, e quindi  non giocano a favore della pace.  Non è dunque un “governo-fotocopia” quello che oggi abbiamo a Roma, bensì uno sviluppo in peggio del governo che l’ha preceduto. Dobbiamo rassegnarci ad esso in attesa che ne arrivi poi un altro peggiore? Sarebbe il caso di cominciare a domandarselo.


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