Gender, non c'è pace nemmeno in bagno
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di Marco Guerra08-01-2017 AA+A++

''Sappiamo che sarà una battaglia dura, ma sappiamo di essere dal lato giusto della storia''. Sono molti i cattolici e non che vorrebbero sentir pronunciare queste parole dai propri rappresentanti politici, una volta che questi raggiungono ruoli di governo e amministrativi. In questo momento per trovare qualcuno che non sia disposto a cedere sui propri principi bisogna andare negli Stati Uniti. A proferire il suddetto impegno politico è stato il vice governatore del Texas Dan Patrick che, giovedì scorso, ha annunciato la presentazione di un progetto di legge che richiede l'uso dei bagni a seconda del sesso registrato alla nascita negli edifici governativi e nelle scuole. Un'iniziativa simile a quella criticata del North Carolina, definita una mossa discriminatoria e che suscitò la reazione di molte lobby politiche e delle multinazionali che diedero vita a durissime ritorsioni economiche. 

L’unione degli industriali del Texas ha già stimato infatti che una legislazione che regolamenta l’accesso ai bagni secondo il sesso di nascita potrebbe tradursi in un boicottaggio economico con perdite che vanno dai  964 milioni agli 8,5 miliardi di dollari per lo Stato. La scorsa primavera il North Carolina aveva dovuto stralciare il suo provvedimento dopo che l’NBA, la lega del basket statunitense, aveva messo in forse lo svolgimento dell’All-Star Game 2017 nella città di Charlotte; Bruce Springsteen aveva cancellato un concerto e la Deutsche Bank aveva minacciato di cancellare un progetto che porta alla creazione di 250 posti di lavoro in un centro di ricerca che già occupa 900 persone in questo Stato americano. 

Il vicegovernatore del Texas smorza però i timori per le eventuali ripercussioni economiche, parla di decisione di buon senso che serve anche a prevenire eventuali molestie sessuali, determinate da un accesso indiscriminato ai servizi igienici basato solo sulla condizione di genere percepita dal singolo individuo. Insomma levate le icone della gonna e del pantalone dalle porte dei bagni,  in nome della lotta alle discriminazioni, i più felici potrebbero essere proprio i più male intenzionati. 

Il tema delle  “trans-toilette” è diventato un diritto riconosciuto, difeso e promosso degli organi del governo federale solo dopo che lo scorso maggio i dipartimenti Giustizia e Istruzione del governo Obama hanno inviato una direttiva ad ogni scuola pubblica del Paese circa l'obbligo di trattare gli studenti secondo modalità che corrispondano alla loro identità di genere, anche se i registri scolastici e i documenti indichino un sesso diverso da quello espresso. Questo ha significato anche consentire agli studenti di utilizzare Wc, spogliatoi e docce rispondenti alla loro identità di genere ma non al loro sesso biologico. Misura che appare ancora più superflua se si considera che si applica a ragazzi al di sotto dei 18 anni, solo in rarissimi casi operati per un cambio di sesso, e quindi con tutti i genitali corrispondenti al loro sesso di nascita. 

Tredici stati americani guidati proprio dal Texas hanno presentato ricorso contro la circolare del governo e, ad agosto, il giudice federale Reed O’Connor ha deciso che la politica sui bagni transgender promossa dalla amministrazione Obama non è né obbligatoria, né vincolante. Una sentenza che non si limita ai soli Stati ricorrenti perché, come ha spiegato lo stesso giudice O’ Connor, “un provvedimento geograficamente limitato sarebbe inefficace”. 

Il Texas ha quindi già vinto la sua battaglia di libertà: il governo di Washington non è riuscito ad obbligare i vari Stati ad introdurre la teoria gender nel bagni delle scuole americane. Ora però inizia una battaglia per la verità, per fare in modo che nessuna  toilette diventi un pretesto per camuffare la biologia dell’essere umano.


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