Dopo le banche ora dobbiamo salvare le coop rosse?
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di Andrea Zambrano19-04-2017 AA+A++

“Non si può gestire un evento cooperativo con i criteri del capitalismo avanzato. Se si vogliono fare soldi, non si devono fare le cooperative. Se si vogliono fare le cooperative, non è questa la strada per fare soldi”. Le parole del vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca hanno avuto l’effetto di un sasso gettato nello stagno. Il prelato era intervenuto nei giorni scorsi dalle colonne della Gazzetta di Reggio per commentare l’ultimo crac di una delle nobili cooperative rosse emiliane, l’Unieco, crollata sotto il peso di 500 milioni di debiti e con centinaia di lavoratori e soci risparmiatori traditi ai quali non andrà il becco di un quattrino.

Camisasca era intervenuto per esprimere solidarietà alle vittime del fallimento dell’Unieco, fino a pochi anni fa uno dei fiori all’occhiello del settore edile, con commesse da centinaia di milioni e una storia di oltre 150 anni di attività che affonda le sue radici negli albori dell’esperienza cooperativa. Solo che in questi 150 anni il sistema delle coop rosse, dopo la straordinaria stagione di benessere conosciuta fino agli anni 2000 ha mostrato tutte le sue crepe e i suoi limiti, spesso drammatici. A cominciare da un management inadeguato, spesso cooptato dalla politica, sempre di marca Pci-Pds-Ds-Pd. Ma a decretare la parola fine nel mondo edile cooperativo ci ha pensato la crisi economica e il combinato disposto di questa con la sempre più ridotta capacità di spesa delle amministrazioni locali. Le quali, quando sindaci e presidenti di Regione potevano spendere, hanno costruito con reciproca soddisfazione di tutti: delle coop rosse che riuscivano a vincere tutti gli appalti, dei sindaci che così si facevano belli con l’elettorato e del partito che poteva ostentare il modello del principio della mutualità applicata ad un sistema economico e produttivo che negli anni ’80 e ’90 faceva di Reggio Emilia una delle province più ricche d’Europa, con un Pil pari a quello del Portogallo.

Camisasca, da vescovo non è entrato nel merito dei motivi che hanno portato Unieco, ma prima di lei decine e decine di coop, al crac. Però ha detto una verità incontestabile, ma che sotto al Po è tabù: le cooperative nascono per dare lavoro, se questo viene meno e con esso vengono meno le riserve indivisibili degli utili, criticare il modello cooperativo non è più proibito. Anche perché in tutti i settori, non solo quello edile, ma anche quello sociale ed agroalimentare, coop in Emilia era sempre stato sinonimo di eccellenza nel segno della qualità anticapitalista. E poco importava se, godendo di cospicui sconti fiscali proprio per la sua natura cooperativa, le coop rosse sono diventate in questo mezzo secolo il monopolio incontrastato di quasi tutti i settori, ad esclusione di quello metalmeccanico, che pure in Emilia è forte, ma che non ha mai interessato al modello cooperativo rosso, perché a livello di forza sociale era già occupato come controparte dalla Cgil.

Le cooperative in Emilia, non solo a Reggio, ma anche a Modena, Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì hanno sempre potuto controllare non solo la politica, ma anche il tessuto economico e sociale: sponsorizzavano le più svariate iniziative del privato sociale, sostenevano la beneficienza, arrivavano con prezzi stracciati laddove le imprese di capitali non potevano giungere. Inevitabile per un emiliano tipo fidarsi a tal punto delle cooperative da consegnare ad esse tutti i risparmi di una vita. Così le coop, grazie alla formula del prestito sociale, diventavano vere e proprie banche di investimento con tassi di interesse che gli istituti di credito se li sognavano. Ma adesso tutto questo patrimonio si è volatilizzato e i risparmi di una vita sono andati in fumo. Ovvio immaginare la rabbia dei piccoli risparmiatori, che adesso vogliono scendere in strada spalleggiati dal braccio della Cgil, Federconsumatori, per chiedere indietro i loro soldi e arrivare, dopo aver manifestato a Reggio e a Bologna, persino a Roma, sotto le finestre del Parlamento.

Laddove lanceranno l’assalto finale per cercare di fare pressioni su Renzi e il ministro del lavoro Giuliano Poletti che della centrale delle coop rosse è stato presidente nazionale fino a un minuto prima di entrare a Palazzo Chigi: chiedere un decreto salvacoop come quello che il governo ha fatto per le banche come banca Etruria. “I soci di queste cooperative non sono speculatori – dice Federconsumatori -, ma lavoratori e pensionati. Hanno perso gli ultimi stipendi, il lavoro, il tfr e i risparmi di una vita. Hanno bisogno di non essere lasciati soli e di essere sostenuti nella proposta già avanzata in diverse sedi istituzionali, che deve necessariamente trovare concretizzazione in Parlamento, per avere un fondo a tutela dei loro risparmi, così come istituito per le banche fallite”. Lo Stato in soccorso, oppure Legacoop? Il vescovo non pensava certo alla prima soluzione, mentre la Sinistra, che è statalista di suo opterebbe per il più classico dei salvataggi pubblici: da Alitalia a Banc'Etruria ci siamo abituati.

Ora, finché si tratta di sostenere chi ha perso il lavoro, passi. Ma perché sostenere chi ha perso i propri risparmi, investiti a proprio rischio e pericolo nel sistema cooperativo? La Cgil ha pensato bene che dopo il caso di Banc’Etruria, chiedere allo Stato i soldi che si sono persi con investimenti privati, potesse essere una strada quanto meno legittima. Anche se politicamente impopolare. A questo arriva lo psicodramma della Sinistra che, dopo aver mangiato a sufficienza con le coop, che negli anni hanno finanziato il partito, i giornali locali con cospicui investimenti pubblicitari, associazioni di volontariato, enti e chiunque si trovasse nel “bisogno”, presentano il conto salato agli italiani.

E sul carro sale anche il Pd, dimentico evidentemente di essere stato negli anni legato a doppio filo con quel mondo cooperativo da cui ora prende le distanze. Ecco perché la “scomunica” di Camisasca è parsa a Reggio come un pugno nell’occhio: perché ha tolto il velo sulla grande ipocrisia che ha albergato per anni su un sistema produttivo ed economico malato e troppo dipendente dalla politica: entrata in crisi questa e persa ogni tipo di autorevolezza, le cooperative edili non sono riuscite a investire all’estero come ad esempio hanno fatto i grandi contractor italiani, che per lavorare vanno in Romania o in Polonia esportando un know how che a quelle latitudini ha ancora un certo peso. Sono rimaste ad aspettare il pubblico committente in attesa che facesse il suo dovere. E adesso che i sindaci non hanno più il becco di un quattrino i cocci sono degli italiani. 

Infatti certe operazioni vanno fatte insieme, secondo la vecchia logica del consociativismo: alcuni esponenti di Legacoop infatti hanno rimproverato al vescovo di Reggio di non rimboccarsi le maniche per aiutare i soci risparmiatori traditi; mentre altri esponenti della cosiddetta intellighenzia di sinistra addirittura rinfacciano alla Chiesa di fare affari con le coop sociali che dall’inizio dell’operazione Mare Nostrum stanno facendo business con i richiedenti asilo.

Che c’entra la Chiesa? Le coop che hanno il grosso degli appati del progetto Sprar provengono dal mondo del cattolicesimo sociale di stampo dossettiano, quindi sponda sempre Pd e hanno avuto nel loro Cda anche dei sacerdoti fedeli alla linea. Un avvertimento, ma anche un semplice regolamento di conti interno ad un mondo Dem tra ex Pci ed ex Dc di Sinistra che adesso si spartiscono la mappa del potere. E non è escluso che in quella critica alla tradita mission cooperativa, Camisasca non stesse guardando anche, e proprio, "a casa sua", per sistemare una volta per tutte una faccenda cresciuta in fretta e diventata ormai ingestibile. 


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