Bufale, serve un'alleanza fra corporations e legislatori
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di Ruben Razzante03-01-2017 AA+A++

Il 2016 si è chiuso con un dibattito molto acceso sulle responsabilità dei social nella diffusione di notizie false. Le cosiddette “fake news”, che nulla hanno a che fare con la libertà d’opinione e di manifestazione del pensiero, sono vere e proprie bugie che infestano la Rete, disinformano gli utenti e trasmettono visioni distorte di situazioni, persone, cose. Sono gli stessi utenti a produrle e farle girare, facendo leva sulla loro scarsa verificabilità e sulla loro incontrollata velocità di propagazione, sull’immensa vastità di Internet e sulla mancanza di chiare procedure di controllo.  

Già in occasione di recenti appuntamenti elettorali, negli Stati Uniti come in Italia, qualcuno ha spiegato il responso delle urne anche con la presunta alterazione della volontà popolare generata dalla diffusione di fake news e che sarebbe scientificamente orchestrata da alcuni degli attori politici in campo. Un’affermazione che non ha trovato riscontri certi ma che ha contribuito a far salire di tono la discussione sull’attendibilità dei social e sulla loro affidabilità democratica.

In Italia due autorevoli rappresentanti delle istituzioni hanno avuto il coraggio di assumere posizioni quanto meno originali e, per alcuni versi, anche condivisibili. Il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando è andato giù duro e, senza troppi giri di parole, la settimana scorsa, ha sostenuto che Facebook e gli  altri social network non possono più essere considerati "solo una piattaforma tecnologica" e che "è necessario che la responsabilità del messaggio d'odio postato venga fatta risalire sicuramente a chi quel messaggio ha postato, ma anche a chi ha permesso la sua lettura 'potenzialmente in tutto il mondo'".

Il Presidente dell’Antitrust,  Giovanni Pitruzzella ha invece proposto che i Paesi dell’Unione europea si dotino di una rete di agenzie pubbliche per combattere la diffusione di notizie-bufale su Internet. Dovrebbe essere istituita, secondo Pitruzzella, un’autorità pubblica assolutamente indipendente alla quale ci si possa rivolgere per segnalare una notizia falsa e chiedere un intervento rapido finalizzato a rimuoverla e, perché no, a sanzionare chi l’ha prodotta e fatta circolare.

L’emergenza-bufale viene da entrambi (Orlando e Pitruzzella) percepita come meritevole di essere affrontata, ma si tratta di capire se sia meglio puntare sulla imputabilità dei colossi della Rete, quali motori di ricerca e social media, o se, al contrario, sia meglio affidarsi a “sceriffi” super partes e sovranazionali, svincolati da interessi commerciali e posizioni di parte.

Va detto, a onor del vero, che sia Google che Facebook che altri “over the top” da tempo stanno mostrando un atteggiamento più collaborativo rispetto all’esigenza di tutelare i diritti degli utenti in Rete, non ultima quello di ricevere una corretta informazione. Il discorso, però, è un altro: Internet è un ambiente completamente decentralizzato, in cui il filtraggio di bufale non può non passare, almeno in parte, attraverso l’autodisciplina degli utenti, che sono sì fruitori di informazioni ma ne sono anche produttori.

Facebook non può diventare il guardiano della Rete. La neutralità di quest’ultima può essere assicurata solo da soggetti terzi, agili e liberi da logiche di business, in grado di intervenire tempestivamente nei casi più evidenti di violazioni, cioè di contenuti palesemente falsi o illegali o lesivi della dignità umana. Applicare a Facebook e alle altre grandi piattaforme on line che pubblicano contenuti prodotti da terzi una responsabilità simile a quella editoriale significherebbe innescare meccanismi perversi e antidemocratici di censura preventiva. Una corporation non avrà mai la sensibilità di un’Autorità nel valutare le ragioni di una possibile o doverosa rimozione di contenuti dallo spazio virtuale e rischierebbe di comprimere gli spazi di libertà d’espressione in nome di un’autocensura eccessivamente prudente e paralizzante.

Tante notizie che impazzano sui social sono prive di riscontri e, a distanza di tempo, si rivelano false. Chi paga per questo? Ciclicamente qualcuno posta informazioni riguardanti presunti aumenti degli stipendi dei parlamentari, che finiscono per ricevere migliaia e migliaia di condivisioni, alimentando il vento dell’antipolitica. Si è più volte dimostrato che si tratta di notizie false, ma intanto molti le hanno prese per vere. In casi del genere bisognerebbe intervenire, ad esempio, anche a tutela dell’istituzione parlamentare. Diverso è il caso delle presunte notizie riguardanti i cambiamenti climatici, o l’utilità della medicina omeopatica o altri ambiti controversi e opinabili, rispetto ai quali tracciare i confini tra verità e menzogna diventa arduo e a volte impossibile. Li’ è soltanto possibile preservare il pluralismo delle opinioni e dei punti di vista, che trova in Facebook una sorta di sublimazione, molto più che nei media tradizionali.

Non bisogna, quindi, demonizzare la Rete e i suoi meccanismi di funzionamento, ancora largamente inesplorati da giuristi ed esperti. La strada da seguire rimane quella di un’alleanza virtuosa tra colossi della Rete e legislatori nazionali e dell’Unione europea. Corporation come Facebook dovrebbero potenziare i meccanismi di dialogo, confronto e riscontro di segnalazioni e richieste di rimozione di contenuti avanzate dagli utenti. I singoli Parlamenti dovrebbero legiferare in materia avendo a cuore un sano bilanciamento tra la libertà d’espressione e la tutela dei diritti della personalità, anche orientandosi verso la creazione di autorità ad hoc.


25
Feb
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