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Arresti a Hong Kong, Pechino comanda e usa i suoi metodi

Per prevenire la marcia pro-democrazia a Hong Kong, indetta per oggi, arrestati anche alcuni dei più celebri leader della protesta, quali Joshua Wong e Agnes Chow. Sono metodi da regime di Pechino che, come rivelano testimoni alla Reuters, ha ordinato a Carrie Lam (capo dell'esecutivo) di respingere le richieste dei manifestanti.

I due leader democratici arrestati

Retata della polizia per prevenire la prossima marcia a Hong Kong, dove è stata indetta per oggi una nuova manifestazione pro-democrazia per il 13mo fine settimana di fila. Fra gli arrestati vi sono anche alcuni dei più celebri leader della protesta, quali Joshua Wong e Agnes Chow, leader del partito Demosisto.

I due leader della protesta democratica sono molto giovani, hanno appena 22 e 23 anni. sono stati circondati da agenti in borghese e spinti dentro un’auto privata, un metodo più simile a quello di un rapimento che di un fermo di polizia. Il giorno prima era stato preso anche Andy Chan, fondatore del Partito Nazionale che chiede la piena indipendenza di Hong Kong dalla Cina. Anche tre deputati pro-democrazia, Cheng Chung-tai, Au Nok-hin and Jeremy Tam Man-ho sono detenuti. In giornata, Joshua Wong e Agnes Chow sono stati rilasciati su cauzione, ma sono stati accusati di aver partecipato a una manifestazione non autorizzata nelle scorse proteste. Saranno processati a novembre. Anche un’altra figura di spicco dell’opposizione, Ivan Lam, è stato incriminato per atti di sedizione, in sua assenza, visto che non si trova a Hong Kong attualmente. Questi sono solo gli arresti eccellenti, ma altre 900 persone meno conosciute, in questi due mesi, sono finite in carcere.

Queste misure repressive (e preventive) di polizia appaiono molto leggere, se paragonate a quel che avviene nel resto della Cina continentale. Ma sono una brutta novità per Hong Kong. Come spiegava ieri al Wall Street Journal Sophie Richardson, direttrice per la Cina di Human Rights Watch, “Gli attivisti di Hong Kong sono stati arrestati per aver sostenuto la libertà di assemblea e di espressione, che sono diritti non crimini. Questi sono metodi autoritari che il governo cinese ha impiegato a lungo sul continente, ma che non usati a Hong Kong”. E’ dunque un’ulteriore dimostrazione che il regime di Pechino sta considerando l’ex colonia britannica come una sua città, in tutto e per tutto, dimenticando il diritto di autonomia e il suo sistema differente.

La protesta è scoppiata per paura di un’eccessiva ingerenza (una legge sull’estradizione che avrebbe consegnato sospetti di Hong Kong direttamente nelle mani della magistratura cinese), ma ha avuto paradossalmente l’effetto di svelare un’ingerenza già esistente e molto più capillare. Funzionari sia di Hong Kong che di Pechino che hanno voluto mantenere l’anonimato, hanno svelato alla Reuters che Carrie Lam prende direttamente ordini dal regime comunista. Il 7 agosto scorso, la leader dell’esecutivo di Hong Kong avrebbe infatti presentato a funzionari cinesi, a Shenzhen, le proposte dei manifestanti. E i funzionari le hanno respinte tutte. Pechino ha ordinato alla Lam di non ritirare la legge sull’estradizione e di non avviare neppure un’indagine sui disordini, comprese le accuse sugli abusi della polizia.

La manifestazione programmata per oggi, non autorizzata dalle autorità, dovrebbe avere come destinazione finale proprio l’ufficio di rappresentanza della Repubblica Popolare Cinese. Si teme che, se gli arresti preventivi dei leader della protesta non sono stati un’intimidazione sufficiente, l’esercito cinese possa intervenire. Dopo che per tutto il mese si sono susseguite esercitazioni anti-insurrezione, a ridosso del confine con Hong Kong, ieri il presidio di Shenzhen è stato rinforzato, anche con reparti motorizzati, dotati di numerosi blindati. Secondo le informazioni ufficiali di Pechino si tratterebbe solo di un “avvicendamento” di truppe, ma già la stampa di regime, come il China Daily, parla un linguaggio diverso: la presenza di truppe al confine non è solo simbolica, esse non avrebbero “alcuna ragione per starsene con le mani in mano” se le proteste dovessero degenerare.

Il regime cinese ha qualche ragione per preoccuparsi. Da Hong Kong potrebbe partire il contagio anti-comunista. Lo dimostrano piccoli ma significativi episodi. Fra i cinesi continentali che lavorano a Hong Kong, una minoranza si assume fortissimi rischi e partecipa alle manifestazioni, sia andando in piazza che partecipando alla guerra di informazioni, contro la disinformazione in rete diffusa dai comunisti. E anche nell’altra ex colonia europea (portoghese, in quel caso) di Macao, iniziano segni di solidarietà con Hong Kong. La libertà di espressione non è garantita, ma un’associazione, la New Macau Association, è riuscita a promuovere un piccolo referendum online, in cui più di 5300 persone (il 95% dei partecipanti) ha “votato” a favore dell’elezione diretta del governatore locale. Come Hong Kong, infatti, anche Macao è governata da un sistema oligarchico, con un esecutivo eletto da 400 privilegiati. Anche a Macao, nonostante i divieti, alcune decine di persone hanno partecipato a una manifestazione di solidarietà con la causa di Hong Kong. A Shanghai o a Pechino non è letteralmente possibile manifestare dissenso, nemmeno con azioni simboliche online.