• PRIVACY E NUVOLE

Apple accontenta il Grande Fratello cinese

Apple in Cina

La “nuvola” è stata venduta ai cinesi, con tutti i dati che conterrà. Ovviamente non stiamo parlando di una delle nuvole che attraversano il cielo, ma dei server che contengono i dati personali di chiunque usi uno smart phone, documenti e foto, anche quelle più personali e riservate. E’ di ieri la conferma da Cupertino che il colosso Apple, dal 28 febbraio, cederanno i servizi di iCloud, la sua “nuvola” all’azienda cinese Gcbd (Guizhou on the cloud big data). Da quel momento in poi, i dati degli utenti cinesi di Apple saranno a disposizione di un’azienda di proprietà pubblica, nelle mani del governo comunista provinciale del Guizhou. Dunque saranno messi a disposizione di servizi segreti e polizia?

Apple si giustifica affermando di dover obbedire alla nuova legge sulla sicurezza informatica, introdotta in Cina l’estate scorsa. In base alla nuova norma, tutte le aziende che commerciano in territorio cinese devono salvare tutti i loro dati su server cinesi. Anche il colosso di Cupertino ha dovuto adeguarsi. Certo non occorre andare molto in là, con la memoria, per ricordare quanto rumore aveva fatto la polemica scatenata, nel febbraio 2016, da Apple contro la polizia americana, che avrebbe voluto accedere ai dati del cellulare catturato a Syed Rizwan Farook, uno degli attentatori della strage di San Bernardino. Allora, l’azienda fondata da Steve Jobs si era eretta a paladina dei diritti della privacy, da affermare anche al di sopra della sicurezza nazionale. Anche un attentatore, si diceva allora, ha diritto a preservare la segretezza dei suoi dati. Altrimenti il precedente di un investigatore che entra impunemente in un cellulare privato avrebbe spianato la strada allo Stato di polizia. Anzi, allo stato orwelliano.

Ora che Apple cede alla Cina, un regime totalitario, tutti i futuri dati personali dei suoi utenti cinesi, non vola una mosca. E non è la prima volta che l’azienda americana si conforma. Sempre Apple aveva rimosso diversi Virtual private networks (Vpn) dalla sua App Store in Cina. Le Vpn sono le reti private con cui i cinesi e gli stranieri in Cina provano ad aggirare la censura imposta da Pechino su Internet tramite il “Great Firewall”, il filtro con cui, per esempio, non passano le informazioni sulla strage di Tienanmen. Apple, anche allora, aveva obbedito alla legge cinese senza fiatare, in particolare alla nuova direttiva, approvata nel gennaio del 2017 che sottoponeva tutti i cavi e i servizi Vpn presenti in patria a una nuova autorizzazione governativa.

Di fronte ai suoi critici, la Apple afferma che la “partnership” con la Gcbd “migliorerà la velocità e l’affidabilità dei servizi iCloud”, e assicura che saranno mantenute la privacy e la sicurezza dei dati. Difficile crederlo, però, specie nei prossimi mesi e anni, quando Pechino avrà l’opportunità di mettere le mani su milioni di dati disponibili sui server di un’azienda di proprietà pubblica, dunque direttamente posseduta dalle autorità politiche e poliziesche del Partito. E il periodo non è dei migliori. Come riferisce l’agenzia missionaria Asia News, da quando Xi Jinping è asceso alla presidenza della Cina, la morsa si è stretta su Internet. Nel corso del 2017, le autorità per il controllo di internet hanno chiuso 128mila siti. L’anno scorso la censura ha confiscato 30,9 milioni di pubblicazioni e ha arrestato e punito 1900 persone. Il tutto viene fatto nel nome della lotta “alla pornografia” e alle “pubblicazioni illegali”. Ma fra i siti oscurati c’è anche quello della stessa Asia News.

Apple assicura che la cessione dei servizi di iCloud alla Gcbd riguarderà solo gli utenti cinesi, ma non quelli di tutto il resto del mondo. Tuttavia è lecito chiedersi come mai Apple applichi un doppio standard così evidente: paladina della privacy in America e ligia ai doveri della legge in Cina, forte nei paesi liberi e china in quelli totalitari. I numeri del mercato cinese, che conta 730 milioni di utenti Internet, in crescita costante, aiutano a trovare la risposta. Anche la natura del regime fa la differenza: Pechino può chiudere un’azienda nazionale o cacciarne una straniera senza troppe discussioni, in un paese democratico, al contrario, si può ricorrere a un tribunale e c’è una legge che protegge la privacy. Il problema però riguarda tutti. Una volta stabilito questo precedente, quanti altri governi, anche democratici, potrebbero chiedere ad Apple di mettere a disposizione le nostre "nuvole"? Quanti lo stanno già facendo a nostra insaputa? Negli Usa l’intelligence della Nsa spiava miliardi di comunicazioni, anche di governi, anche di industrie di paesi alleati, il tutto a loro e a nostra insaputa. Se non sappiamo gestire più che bene il dispositivo che abbiamo sempre in mano, non sappiamo neppure quanti dati vanno a finire nella “nuvola”. Due anni fa non lo sapevano nemmeno quelle attrici di Hollywood che si sono viste spiattellare su Internet le loro foto più private e riservate, immagini che avevano già cancellato dai loro cellulari, ma che continuavano a galleggiare nella grande rete.

Sono chiari segnali d’allarme. I nuovi dispositivi possono diventare, se usati in mala fede, nuovi metodi di controllo. Un controllo anche più pervasivo rispetto alle tradizionali microspie e telecamere, per di più fornito da noi stessi ai controllori. Ciò non giustifica un atteggiamento paranoico nei confronti delle nuove tecnologie. Semplicemente non vanno mitizzate, non devono essere scambiate per strumenti di liberazione dell’uomo. Vanno maneggiate con una cura, un’attenzione e una responsabilità ancora maggiori rispetto a quelle del passato. Altrimenti possiamo diventare i carcerieri di noi stessi.