• VENDETTA PRIVATA

Anche la Chiesa ha perso a Vasto

Nella tragica vicenda di vendetta privata di Vasto perdono tutti: anche la Chiesa, i cui Pastori preferiscono additare le responsabilità delle istituzioni terrene, cosa che ormai attira facilmente l’applauso, piuttosto che andare contro corrente, richiamando tutti alle virtù evangeliche: il colpevole al pentimento sincero e la parte offesa a una indispensabile dose di compassione.

La vita non è una partita di calcio. In una gara sportiva c’è sempre uno che vince e uno che perde, oppure si chiude con un pareggio e nessuno vince e nessuno perde. Nella vita no. Ci sono delle vicende in questo mondo in cui perdono tutti. Non è uno slogan, non è facile retorica. Facciamo alcune considerazione su questo, a partire da un fatto di cronaca accaduto in questi giorni.

Sette mesi fa a Vasto, sulla costa abruzzese, un ragazzo di vent’anni, Italo, compie un gesto folle che si trasforma in tragedia: supera un’auto ferma al semaforo e investe una giovane donna, Roberta, e la uccide. Sette mesi dopo, prima ancora che il tribunale competente porti a conclusione l’inchiesta giudiziaria, Fabio, il marito ora vedovo di Roberta, nella convinzione che probabilmente l’uccisore di sua moglie avrebbe ricevuto una condanna troppo lieve o forse addirittura una pena alternativa, aspetta Italo all’uscita da un locale pubblico, gli spara ferendolo a morte, e poi va a depositare l’arma sulla tomba di Roberta, quasi un ultimo pegno d’amore.

Cos’era successo in questi sette mesi? La popolazione della cittadina abruzzese si era subito divisa a metà, a sostegno, come sempre, di due versioni contrastanti: c’è la parte che sostiene Fabio, secondo la quale Italo se ne infischiava di ciò che aveva fatto, che aveva ripreso normalmente la propria vita senza mostrare il rimorso e il dolore che ci si aspetterebbe, e che una magistratura incurante avrebbe lasciato in libertà. Dall’altra parte c’è la famiglia di Italo e i suoi sostenitori, i quali affermano invece che il ragazzo ha sì compiuto un gesto terribile, ma che lo sta pagando già, anche se non col carcere; parlano di un ragazzo annientato dal rimorso, schiacciato dalla pubblica condanna che si esprime in quotidiani insulti sul web e nelle strade, che ha perso amici, lavoro e futuro. Ma comprensibilmente a Fabio questo non basta: dice, e scrive sui manifesti che tappezzano il paese, che anche ammesso che la vita di Italo sia diventata insopportabile, lui comunque una vita ce l’ha; la sua Roberta invece no…

Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma nel frattempo passano i mesi, le posizioni fra i partigiani dell’uno e dell’altro si inaspriscono e la vita diventa un inferno per entrambi. L’epilogo lo abbiamo già detto.

Ecco cosa vuol dire che alla fine perdono tutti. Fabio ha perso la sua Roberta; le loro famiglie hanno perso lei che è morta in strada e lui che finirà in prigione; la famiglia di Italo ha prima vissuto la tragedia di ciò che aveva commesso il ragazzo, e ora piangono anche lui morto. Ci perde, e molto, la gente che li aizzava uno contro l’altro, che su Facebook o in piazza si scannava con la bava alla bocca, e che ha moltiplicato all’infinito il risentimento e il dolore scaturiti da questa tragedia.

Ci perde la Chiesa, i cui Pastori preferiscono additare le responsabilità delle istituzioni terrene, cosa che ormai attira facilmente l’applauso, piuttosto che andare contro corrente, richiamando tutti, senza ovviamente porli sullo stesso piano, alle virtù evangeliche: il colpevole al pentimento sincero e non di facciata, che comporta una pronta riparazione, e la parte offesa a contemperare il legittimo desiderio di giustizia con una, non facile, ma indispensabile, dose di compassione. Ci perde la società che sempre più sembra tornata al crudele mondo precristiano, che si indigna e al contempo segretamente si eccita alla vista del sangue.

Da questa storia terribile tutti in qualche modo volevano uscire vincitori, e alla fine tutti ne escono distrutti. L’unico modo per non finire in questo gorgo è perseguire la giustizia terrena, consapevoli del suo e del nostro limite, e contemporaneamente lasciare sempre l’ultima alla giustizia di Dio, la sola infallibile.