• LO STUDIO

Anche la sociologia conferma che gli atei non esistono

Un rapporto di 24 pagine a cura di quattro ricercatori su un campione di 6600 atei o agnostici dimostra che una credenza soprannaturale è presente. La prova che la religione è un bisogno antropologico. 

Ma l’ateismo, in fondo, esiste veramente? E’ una domanda che sorge spontanea leggendo un recente studio internazionale dagli esiti sorprendenti. Stiamo parlando di Understanding Unbelief. Atheists and agnostics around the world, un rapporto di 24 pagine a cura di quattro ricercatori: Stephen Bullivant della St Mary’s University, Miguel Farias della Coventry University, Jonathan Lanman della Queen’s University Belfast e Lois Lee della Kent University. Basandosi su un campione complessivo di 6.600 persone, questi studiosi hanno deciso di esaminare le credenze di atei e agnostici in sei grandi nazioni quali gli Stati Uniti d’America, la Cina, il Brasile, il Giappone, il Regno Unito e la Danimarca. Ebbene, l’indagine ha riservato davvero parecchie sorprese.

Infatti, come prima cosa si è visto che una minoranza significativa, fra coloro che si dichiarano non credenti, ha comunque dichiarato un’identità religiosa. A prevalere, è stata in particolare l’identità religiosa cristiana alla quale, per ragioni culturali, si sentono vicini il 18% dei non credenti brasiliani, il 28% di quelli danesi, il 15% di quelli inglesi e il 12% di quelli americani. Anche un 7% di atei cinesi, sorprendentemente, arriva a dirsi cristiano. In Giappone, invece, l’identità religiosa più popolare tra i non credenti è quella buddista, nella quale si riconoscono l’8% degli atei nipponici. Tutto ciò sta a significare che l’identità religiosa è qualcosa di culturalmente così fondamentale, per un sistema sociale, che arriva a coinvolgere - sia pure con sfumature più lievi - anche chi non crede.

Esaminando il loro campione internazionale di atei, ricavato incrociando i dati di due programmi d’indagine di tutto rispetto – il World Values Survey e l’International Social Survey Program –, gli autori della ricerca si sono poi imbattuti in un secondo, sorprendente dato, ossia la diffusione, tra essi, della fede nel soprannaturale, dove per soprannaturale s’intende tutto ciò che esula dal puramente razionale, come per esempio gli oggetti con poteri mistici, l’astrologia, la credenza in uno «spirito universale» che attraversa, orienta e dirige gli eventi della nostra vita quotidiana. Più precisamente, si è visto come il 20% dei non credenti statunitensi si dichiari aperto verso il soprannaturale, percentuale che sale addirittura al 50% tra quelli che in Cina si descrivono come atei.

In generale, le credenze soprannaturali più sentite dai non credenti dei sei Paesi sono risultate tre: quelle nell’astrologia, nella non casualità di certi eventi significativi della vita e quelle di forze occulte che in qualche modo guidano verso il bene o verso il male; meno popolari, invece, sono risultati il karma e la credenza in persone dai poteri mistici. Ovviamente, il soprannaturale è più popolare nella popolazione generale rispetto che nei sottoinsiemi di atei e di agnostici, con questi ultimi che comunque si sono più dimostrati più aperti ad esso rispetto alla controparte non credente.

Un altro aspetto decisamente non banale è in gradimento della tesi secondo cui l’«universo è privo di significato». Un’affermazione con la quale, in media, si dice d’accordo poco più del 30% dei non credenti. Rovesciando la percentuale, emerge dunque un dato a dir poco stupefacente: quello secondo cui 7 non credenti su 10, in fondo, ammettono che l’universo e quindi la vita abbiano un senso. Ma se hanno un senso, è perché ad essi Qualcuno lo ha conferito: per forza, non può che essere così.

Ora, se lo spazio non fosse tiranno ci sarebbero molte altre considerazioni interessanti sugli esiti del rapporto sull’ateismo; è tuttavia innegabile come esso da un lato infligga un duro colpo all’idea stessa che si possa davvero essere non credenti e, dall’altro, confermi come quello religioso sia un bisogno antropologico fondamentale, che non ha senso ridicolizzare e, meno ancora, minimizzare, ma che può solo essere solamente coltivato per quello che è: un pilastro esistenziale fondamentale, in assenza del quale la vita stessa, a ben vedere, perderebbe di significato.