• PAOLO IL CALDO

Altro che coesione, da soli si fa meglio. Lo dice la storia

Da tempo sono frequenti gli inviti alla coesione nazionale: l’attuale, gravissima crisi – si sostiene – può essere superata solo, o almeno meglio, da un Paese nel quale tutte le forze politiche operino per un obiettivo comune, in piena concordia. Ma questo non è certo il principio che regola la democrazia. 

Paolo Togni

Da tempo sono frequenti gli inviti provenienti anche da sedi autorevolissime alla coesione nazionale: l’attuale, gravissima crisi – si sostiene – può essere superata solo, o almeno meglio, da un Paese nel quale tutte le forze politiche operino per un obiettivo comune, in piena concordia. Al di là dell’invito a posizioni condivise, sempre valido se si riferisce alla necessità di stabilire e rispettare un modus vivendi tra le componenti politiche e sociali, cioè alle regole generali, il richiedere accordi operativi, occhi di riguardo o comune sentire tra le principali forze politiche è ciarpame buonista, un approccio errato ai principi della democrazia, o più probabilmente un tentativo di truffa a favore delle minoranze contro la maggioranza. 

Il principio della democrazia, la sua stessa condizione di esistenza, infatti, è la divisione: la conta competitiva che la caratterizza non avrebbe senso se non fosse un metodo - l'unico accettabile, o il meno inaccettabile (confronta Churchill) - per attribuire all'uno o all'altro soggetto politico il diritto e il dovere di governare, e a chi non ha la maggioranza l'unico diritto di criticare chi governa, organizzandosi per tentare di sostituirlo, a seguito di una vittoria elettorale. È pur vero che la storia delle democrazie contiene non pochi episodi in cui, di fronte ad un grave pericolo, tutte le forze politiche hanno unito i loro sforzi. Governi nazionali sono presenti nella storia inglese, francese, italiana, tedesca: ma essi sono stati costituiti sotto la spinta di pericoli provenienti dall'esterno - per lo più guerre - oppure nell'assenza di una maggioranza chiaramente delineata ed in grado di operare autonomamente. 

Il nostro governo di solidarietà nazionale, nel quale tra l'altro non trovavano posto tutte le forze politiche presenti in Parlamento, fu composto in periodo di pace, ma sotto l'assillo di dover fare fronte all'attacco del terrorismo, che qualche mente non correttamente formata ritenne dovesse essere trattato come un evento bellico; e comunque non dette un'accettabile prova di sé. Questo tipo di governo è utile solo quando l'incombere di un pericolo gravissimo spinge gli attori politici a dimenticare tutto il resto per pensare solo al modo migliore per far fronte all’emergenza, oppure se i numeri parlamentari lo impongono; e in nessuna di queste situazioni l'Italia d'oggi si trova. 

Intanto, la situazione di rischio nella quale ci troviamo non è di estrema gravità: si tratta di una crisi economica che avrebbe potuto essere molto grave, ma che è stata contenuta e mitigata dal tempestivo intervento delle sedi internazionali e dei singoli governi, tra i quali il nostro si è distinto per particolare efficacia di azione; e, soprattutto, della quale seguitiamo a registrare qualche segno di superamento. E poi, la maggioranza più o meno esiste ed è in grado di portare avanti i suoi programmi, sia pure con i limiti determinati da una insoddisfacente qualità tecnica, morale e politica dei suoi componenti.

Mancano poi le condizioni minime per portare a unità il tessuto sociale del Paese, basti pensare agli argomenti sui quali è netta la spaccatura tra chi la pensa in un modo e chi nell'altro. C'è chi è per la famiglia stabile composta da uomo e donna, e chi sostiene le unioni omosessuali; chi crede che la vita debba essere ritenuta disponibile a tutela della libertà individuale, e chi ne difende la sacralità; chi vuole una società il più possibile livellata o addirittura egualitaria, e chi spinge perché il merito sia premiato; chi intende affidare allo Stato il compito di educare i figli in modo uniforme, e chi reclama la libertà di scegliere per i propri figli il tipo di scuola e il modello educativo ai quali avviarli; infine, chi crede che l'uomo sia funzionale alla società, e chi crede che sia la società a dover essere funzionale alle persone. E come pensate che questi gruppi di cittadini elettori e chi li rappresenta politicamente, acquisendone e gestendone il consenso in termini di voto, possano superare le divisioni profondissime che li lacerano per unirsi in vista di una legge finanziaria o di una lista di priorità nel risparmiare sul conto della spesa, pubblica o privata che sia? E per muoversi verso quale tipo di società, quali obiettivi?

Oltretutto non è assolutamente vero che le grandi difficoltà possano essere superate solo in un clima di grande coesione. La nostra storia ci insegna e dimostra che le cose più importanti, le scelte migliori degli ultimi settant'anni, sono state compiute in un periodo (1946-1965) nel quale era massima la divisione tra le principali forze politiche. Sono figlio di parlamentare democristiano, e ricordo benissimo come, nei tardi anni cinquanta, mia madre ripetesse con sgomento di essersi trovata, in una cena, seduta a fianco di una signora con la quale si era simpaticamente intrattenuta; e che solo successivamente aveva saputo trattarsi della moglie di un parlamentare comunista, con la quale non si sarebbero mai rivolte la parola se avessero conosciuto le parentele politiche. E mia madre non era né una bigotta né una stupida: ma era il tempo in cui Togliatti faceva risuolare gli scarponi per prendere a pedate De Gasperi con i chiodi nuovi, e in cui in molti salotti di benpensanti si discuteva se fosse opportuno o meno mettere il Pci fuori legge, e qualcuno proponeva anche di arrestarne senz’altro tutti i capi.

Bene, in quegli anni facemmo l'Europa; aderimmo alla Nato; accettammo e utilizzammo gli aiuti americani del Piano Marshall; iniziammo e portammo a compimento la ricostruzione postbellica; trasformammo la povera Italia rurale lasciata dal fascismo in un Paese che si avviava a diventare una potenza industriale; tenemmo un tasso di sviluppo per molti anni superiore a quello di Germania e Giappone, che si erano ritrovati come noi semidistrutti dalla guerra e che successivamente (guarda caso quando le fratture si ricomposero e la coesione nazionale andò crescendo) ci avrebbero largamente superato; iniziammo la realizzazione di un programma di infrastrutture che ci portò ad avere la migliore e più estesa rete autostradale d'Europa (oggi siamo agli ultimi posti); e, come zuccherino, a organizzare le più grandi Olimpiadi fino allora celebrate, in occasione delle quali fu realizzata per Roma la base della struttura urbanistica che fino ad oggi conserva.

Non servì coesione per realizzare tutto questo: servì avere idee chiare, programmi precisi, capacità di mantenere i contatti con il territorio, sapienza nell'amministrare, onestà, disponibilità generosa nel mettere le esistenti doti tecnico professionali al servizio della pubblica amministrazione, potersi avvalere di una struttura amministrativa composta da personale competente e corretto. D'altro canto, non esiste attività di gestione della cosa pubblica che possa essere guidata esclusivamente da regole tecniche, dato che l’attività politica persegue obiettivi non fungibili e che ogni attività amministrativa dovrebbe essere direttamente funzionale all’obiettivo da raggiungere. Sono poche le attività dell’amministrazione i cui obiettivi debbano necessariamente essere condivisi: sono quelle relative ad alcune funzioni indefettibili, come la continuità dello Stato, la difesa contro i nemici esterni, l’amministrazione della giustizia, e poche altre; e anch’esse sono gestite in modo diverso a seconda dell’orientamento e del programma delle forze di governo. 

Sarebbe forse più corretto parlare di obiettivi astrattamente condivisi, al concreto perseguimento dei quali possono e debbono corrispondere diversi approcci concreti e diversi programmi per perseguirle, tra di loro alternativi, ognuno dei quali peculiare a determinate forze politiche. Poiché generalmente la maggioranza non è costituita da una sola componente, l’orientamento concreto dell’amministrazione dovrebbe venire a rappresentare il programma di governo, così definito in quanto frutto dell’accordo tra le forze che compongono la maggioranza. In tale programma, in un contesto di piena correttezza, non dovrebbe essere inclusa alcuna istanza propria dell'opposizione. Questo significa che, in presenza di forze politiche che raccolgano un'importante quantità di consenso (cioè di voti) caratterizzate da elementi fondanti divergenti, la forma di dialettica politico amministrativa corretta è quella tipica della democrazia rettamente intesa: quella che prevede la condivisione incondizionata dei valori di fondo, e che assolutamente non postula la necessità di un qualunque tipo di coesione sui programmi concreti e sulle attività dell'amministrazione. 

D'altro canto, oggi di una crisi siamo nel mezzo: e non è solo quella economico finanziaria, presente in tutto il mondo e, peraltro, in apparente, lenta via si superamento. È una crisi diffusa, presente in tutti gli strati sociali, determinata da mancanza di credibilità e di efficacia dell'amministrazione, da sfiducia nella capacità dei governanti e dei politici in genere di condurre bene gli affari pubblici, dalla consapevolezza che proseguendo così le cose potranno andare solo di peggio in peggio; dalla convinzione radicata che l'insieme di comportamenti morali dai quali scaturiscono la buona amministrazione e l'impegno a tutelare l'interesse pubblico non sia praticato, dalla conseguente corsa all'interesse personale, anche se border line rispetto alle norme anche penali, anche se addirittura da raggiungersi mediante comportamenti dichiaratamente contro legge. C'è ancora chi giudichi i comportamenti dei personaggi pubblici o privati sulla base di considerazioni morali? Chi abbia il coraggio di distinguere tra l'approvazione di una linea politica e la disapprovazione di specifici comportamenti, nella vita pubblica o in quella privata? E c'è chi riesce ancora a comprendere che ottenere un vero successo in politica significa amministrare bene, e che quindi in politica la capacità di amministrazione è una qualità di base, tale che ove si ritenesse un soggetto incapace di amministrare sarebbe serio negargli ogni consenso politico?

Ritengo non possa sussistere alcun dubbio che alle radici del complesso di crisi che attanaglia l'Italia stia l'inadeguatezza della classe di governo e dei suoi componenti. Non da ora, si badi: l'Italia da quarant'anni cresce in produzione e in ricchezza ai livelli minimi tra tutti gli Stati europei, e nonostante che la solidità del sistema bancario e finanziario ci abbia fatto soffrire (un po’) di meno ristrettezze e tracolli, ecco che appena la ripresa comincia, essa si presenta in Italia con numeri più bassi di quelli che caratterizzano gli altri Paesi. 

Eppure, certo non solo rivolgendosi all'Italia, la strada l'aveva indicata il grande Papa Pio XII, che nel messaggio radio per il Natale del 1944 aveva ricordato come gli uomini di governo, sotto il profilo morale, dovessero essere «…uomini di giudizio giusto e sicuro, di senso pratico ed equo, …di dottrina chiara e sana, di propositi saldi e rettilinei, …sopratutto capaci …di essere guide e capi...».  Si considerava necessario che i leaders fossero veramente tali, apprezzati e scelti in base alla loro capacità di guidare politica e amministrazione: oggi all'osservatore appare evidente che troppo spesso il successo politico viene raggiunto in quanto si è al vertice di consociazioni formatesi al fine di promuovere interessi particolari anche attraverso comportamenti, se non dichiaratamente criminosi, certo assai poco trasparenti.