• JIHAD DI RITORNO

Allarme terrorismo, si temono colpi di coda dell'Isis

L'Isis è sconfitto, ma pericoloso. La Relazione annuale al Parlamento presentata dai servizi d’intelligence parla dei 1700 jihadisti che hanno combattuto sotto il Califfo e sono tornati in Europa, altri 2600 resistono a Baghouz, ultima roccaforte. Un pericolo anche gli sbarchi clandestini sulle coste italiane. E cresce la minaccia informatica.

Siria, perquisizione anche delle donne evacuate da Baghouz, ultima roccaforte dell'Isis

Lo Stato Islamico è sconfitto ma non annientato e rappresenta una minaccia terroristica tangibile anche per l’Italia. La Relazione annuale al Parlamento presentata dai servizi d’intelligence non ha dubbi: “nonostante la perdita di territorio, combattenti e figure di rilievo, che ne ha indebolito la capacita di pianificare e dare diretto supporto ad azioni terroristiche di proiezione transnazionale, lo Stato Islamico, determinato a colpire l’Occidente, si è mostrato ancora in grado di ispirare attacchi in Europa, suggerendone autori e modi”.

“La minaccia terroristica in Europa – spiega la relazione – ha confermato il proprio carattere polimorfo, che ha trovato espressione, accanto alle azioni di ‘ lupi solitari’ ed estremisti ‘in cerca di autore’, nel persistere di warning, raccolti soprattutto nell’ambito della collaborazione internazionale, concernenti progettualità terroristiche riferibili sia a cellule ‘dormienti’ sia a nuclei di operativi appositamente instradati verso il Vecchio Continente”. Quanto agli autori degli attacchi terroristici non sembrano esservi novità, rispetto a quanto già noto: “il coinvolgimento, negli attentati perpetrati nel 2018, di soggetti con passato criminale o trascorsi in prigione, ed è valso a ribadire un tratto ormai congenito del fenomeno dei radicalizzati in ambito europeo”.

Dati aggiornati sono stati forniti dalla Relazione al Parlamento anche circa i “foreign fighters”, i veterani del jihad che sarebbero rientrati in Europa sono 1.700, dei quali 400 nei Balcani mentre attualmente lo stato islamico potrebbe contare su ancora 8mila combattenti stranieri presenti tra Siria e Iraq “di cui 2.600 europei dello spazio Schengen”. Combattenti come l’algerino Mourad Sadaoui arrestato nel napoletano, uno dei 138 i foreign fighters “italiani”, cioè nati nel nostro Paese o titolari di permesso di soggiorno o residenza. Di questi, 47 sono stati uccisi in Siria, Iraq e Libia, 28 avrebbero già fatto rientro in Italia dove vengono tenuti sotto stretto controllo dall’intelligence mentre degli altri 63 una parte potrebbero trovarsi nell’elenco degli oltre 800 prigionieri dell’Isis di “origini europee” catturati dalle forze Usa e curde in Siria e che Donald Trump vorrebbe venissero trasferiti e processati in Europa.

Altri ancora potrebbero essere fuggiti in Afghanistan (specie ora che si prospetta il ritiro delle forze statunitensi e Nato) o nel sud della Libia o potrebbero essere ancora in Siria e Iraq, come sottolinea la relazione che evidenzia anche l’attivismo finanziario dell’Isis “in grado di trasferire all’estero, con largo anticipo, ingenti fondi drenati dal contesto siro-iracheno, così da preservare liquidità a fronte della perdita di territori che – con risorse energetiche, estorsioni ed altre attività predatorie – garantivano al Califfato le maggiori entrate”.

Il rapporto dell’intelligence ammette che la minaccia jihadista “non ha in realtà mai conosciuto flessioni” e ribadisce gli stretti legami tra questa minaccia e l’immigrazione illegale, specie i cosiddetti “sbarchi fantasma” che potrebbero traghettare in Italia criminali e terroristi. Il calo degli sbarchi di migranti sulle coste italiane – che ha fatto segnare una contrazione dell’80% nel 2018 e del 95% nei primi due mesi del 2019 – è dovuto alla rafforzata capacità della Guardia Costiera libica e alla “drastica riduzione delle navi delle Ong” davanti alle coste nordafricane che, “di fatto, ha privato i trafficanti della possibilità di sfruttare le attività umanitarie. Ammissione che, unita all’allarme lanciato dalla relazione dell’intelligence per il crescente raggio d’azione della mafia nigeriana, è stata definita da qualche osservatore un sostegno alle iniziative assunte dal ministro dell’Interno Matteo Salvini che punta a consolidare lo stop agli sbarchi incrementando le espulsioni.

Infine, come in tutto il mondo sviluppato anche in Italia risulta in forte aumento la minaccia degli attacchi informatici che nel 2018 "sono più che quintuplicati" rispetto all'anno precedente mentre lo sforzo più significativo ha riguardato il contrasto di campagne di spionaggio digitale, gran parte delle quali “verosimilmente riconducibili a gruppi ostili strutturati, contigui ad apparati governativi o che da questi ultimi hanno ricevuto linee di indirizzo strategico e supporto finanziario”. Nel 2018, prosegue la relazione, “sono state oggetto di attribuzione tanto operazioni con finalità di spionaggio, quanto campagne di influenza/ingerenza volte a fomentare tensioni sociali o ad accrescere l’instabilità politica di alcuni Paesi dell’area euro-atlantica”. Ma questi fenomeni sono stati contraddistinti anche da un mutamento, tanto che “è stato rilevato un innalzamento nella qualità e nella complessità di alcune tipologie di attacco, con l’impiego sinergico di tutti i più avanzati strumenti tecnologici di ricerca informativa”.

Gli attacchi, spiega ancora il documento “hanno mirato, da un lato, a sottrarre informazioni relative ai principali dossier di sicurezza internazionale, e, dall’altro, a danneggiare i sistemi informatici di operatori, anche nazionali, attivi nello Oil&Gas, nonché quelli di esponenti del mondo accademico italiano, nell’ambito di una campagna globale mirante a profilare settori d’eccellenza di università e centri di ricerca”. E “benché marginali in termini numerici (12%), le finalità di spionaggio hanno fatto registrare un considerevole aumento, specie in danno di assetti istituzionali ed industriali”.