• IL CASO

Addio a talk show e arruffapopoli in Rai: era ora

Appaiono esagerate le reazioni alla ventilata chiusura di alcuni talk show come Virus, condotto da Nicola Porro, all’annunciato ridimensionamento di Bruno Vespa  e al probabile siluramento di Massimo Giannini, conduttore di Ballarò. Il fatto è che sono gli stessi talk show ad avere stufato i telespettatori. Ecco perché.

Nicola Porro, conduttore di Virus

Ogni volta che si avvicinano scadenze elettorali, in questo caso le amministrative di giugno, ma anche il referendum di ottobre, divampano le polemiche sulla faziosità di certo giornalismo e ciascuna forza politica cerca di portare acqua al proprio mulino, accusando l’altra di voler irreggimentare l’informazione. 

Le discussioni vertono sui contenuti dei telegiornali, ma anche sull’impostazione che viene data ai talk show, in onda sia sulla tv pubblica sia sulle reti private, con dubbia utilità sul piano del soddisfacimento del nostro diritto ad essere informati e a capire meglio fenomeni e situazioni. Se all’epoca dei governi berlusconiani la sinistra accusava l’ex premier di aver emanato “editti bulgari” nei confronti di conduttori non allineati al suo pensiero, oggi, a parti invertite, sono gli esponenti del centrodestra a gridare allo scandalo per le presunte “epurazioni renziane”. 

Realisticamente, ogni maggioranza, negli ultimi quarant’anni, ha cercato di condizionare e orientare i palinsesti televisivi e gli spazi informativi della Rai. Nessuno dei premier ha resistito alla tentazione. A onor del vero, è sempre sembrato un tantino eccessivo e fuori luogo parlare di “pensiero unico” radiotelevisivo, anche all’epoca di Berlusconi, ed è altrettanto fuorviante parlarne adesso. Per questo appaiono esagerate le reazioni del centrodestra alla ventilata chiusura di alcuni talk show come Virus, condotto da Nicola Porro, vicedirettore de Il Giornale, all’annunciato ridimensionamento di Bruno Vespa (da settembre ci saranno meno puntate di Porta a Porta), al probabile siluramento di Massimo Giannini, attuale conduttore di Ballarò.

Affrontare con il solito approccio della contrapposizione frontale questi temi significa ritardare l’evoluzione del sistema radiotelevisivo italiano nelle direzioni virtuose dell’interattività e della crossmedialità, sulle quali la “nuova Rai” guidata da Antonio Campo Dall’Orto sta focalizzando le sue strategie. Il problema non è se un talk show guarda troppo a destra o troppo a sinistra. Generalmente in quegli studi viene rispettato il contraddittorio, non foss’altro che per ragioni di audience: li guarda un pubblico diversificato e di vari orientamenti, per cui non risulterebbe conveniente neppure per i conduttori invitare soltanto alcuni e non altri, far sentire solo una campana e non diverse campane.  

Non si tratta, quindi, di par condicio formale. Le ragioni della crisi dei talk show sono diverse. La prima è la faziosità di alcuni conduttori che, pur invitando in studio politici di tutti gli schieramenti, assumono spesso posizioni preconcette o, peggio, rilasciano interviste sui giornali per sposare in modo palese punti di vista di parte su questioni che poi affrontano durante le loro puntate in tv. I conduttori, soprattutto perché giornalisti, e quindi obbligati al rispetto della loro deontologia proofessionale, dovrebbero assicurare neutralità al dibattito e fungere da moderatori, mediando tra le idee contrapposte, al fine di far emergere una sintesi di tutte le opinioni.

Il secondo motivo per cui i talk show sono in crisi è il format, ormai usurato. È un concetto che da almeno cinque anni tutti i maggiori massmediologi mettono in evidenza. La gente ha la crisi di rigetto verso i toni urlati di alcuni salotti televisivi, nei quali prevale chi la spara più grossa, a scapito di una corretta comprensione, da parte del pubblico, delle questioni affrontate. Gli ospiti di molti talk show si parlano addosso, gli uni sugli altri, e al pubblico che sta a casa arriva soltanto l’idea di un alto tasso di litigiosità tra soggetti che dovrebbero garantire equilibrio nelle decisioni e nelle scelte da operare nell’interesse della collettività. L’epoca dell’esasperata conflittualità tra berlusconiani e antiberlusconiani ha fatto probabilmente segnare il punto più elevato di tale degenerazione dei dibattiti televisivi. 

Oggi che la politica non è più bipolare, ma quanto meno tripolare, con una disaffezione sempre più crescente verso i partiti tradizionali, il format dei talk show sembra in crisi d’identità e incapace di riproporsi con stili diversi. E queste considerazioni non riguardano e non devono riguardare solo i talk show in onda sulle reti pubbliche, ma anche quelli delle televisioni private, vincolate anch’esse al rispetto di una serie di vincoli contenutistici e di programmazione. Chi ora è al timone della Rai tali dilemmi sembra porseli e non a caso già filtrano da viale Mazzini voci di alcuni cambiamenti significativi su quei fronti. Il fatto che, non solo il centrodestra, ma anche molti esponenti del Pd attacchino Campo Dall’Orto, ne dimostra la sostanziale autonomia, esaltata da una legge appena approvata (legge n.220 del 28 dicembre 2015) che gli conferisce pieni poteri. 

Se sinistra e destra contestano il suo operato, paradossalmente questo potrebbe essere un buon indizio, e cioè la conferma che per la prima volta nella Tv di Stato si ragiona in funzione della qualità del servizio pubblico e non, come è accaduto fino ad oggi, in base a logiche clientelari e di bassa lega. Solo fra due anni, alla scadenza del mandato degli attuali vertici, si potrà valutare il loro operato. Prima di allora c’è spazio soltanto per sterili rivendicazioni di parte, con la solita longa manus della politica che tenta di allungarsi sulla Rai per occuparla e condizionarla.