• COLOMBIA

"Abortisci quando vuoi", la lucida coerenza del Male

Una donna in Colombia ottiene di abortire dopo il termine legale della 26esima settimana e la Corte Costituzionale ora vuole togliere i limiti di tempo. C'è chi inorridisce. In realtà è tutto perfettamente in linea con la lucida coerenza del Male, che non guarda in faccia alle ipocrisie dei protocolli sanitari. 

Abortire a gravidanza ormai a termine? Perché no?, dicono i giudici della Corte Costituzionale della Colombia i quali giovedì hanno dato ragione a una donna che ha abortito a 33 anni oltre la scadenza temporale consentita dalla legge. Nel Paese sudamericano infatti l’aborto è consentito entro la 24esima settimana nei tre soliti casi “chiavistello”: stupro, rischio di vita per la madre o malformazioni. Ma le maglie della legge sono facilmente aggirabili. Lo dimostra il fatto che in Colombia l’aborto falsamente detto terapeutico è in costante aumento.

La donna aveva condotto una battaglia legale per abortire alla 26esima settimana. Le era stata diagnosticata una problematica “gravidica” che avrebbe potuto – sottolineiamo avrebbe – portarla alla cecità. La quale cecità è un grave handicap, ma non è il “rischio di vita per la madre” evidenziato dalla legge.

La donna ha chiesto così al suo consultorio pubblico di poter abortire, ma diversi medici si sono rifiutati: era ormai alla 26esima settimana. La vicenda si è sbloccata in pochi giorni, dopo che la donna aveva fatto un ricorso d’urgenza in Procura, la quale però ha respinto la richiesta. La cosa è finita così subito sul tavolo della Corte Costituzionale colombiana che in assoluta urgenza e con tempestività ha dato il via libera.

Come? “Non devono esistere barriere amministrative per le donne che invocano il diritto ad accedere all’interruzione volontaria di gravidanza”, è la sentenza. Poi l’invito al Parlamento a “rivedere i termini delle scadenze”. Tradotto significa togliere i limiti e permettere quello che ad oggi si chiama legalmente infanticidio.

Esultano le organizzazioni abortiste, tra le quali, impariamo, in Colombia si ascrive anche la “Cattoliche per il diritto a decidere”.

La decisione della Corte ha scatenato una canea di reazioni scandalizzate e inorridite. In effetti, dal punto di vista meramente visivo, come dimostrano gli aborti a nascita parziale di cui si racconta sempre più spesso, diventa evidente anche ai ciechi che si tratta di uccidere un essere umano. Non serve certo la laurea in ginecologia.

Ma questa decisione della Corte, che dovrà però essere ratificata dal Parlamento, ci permette di toccare il grande tema dell’ipocrisia sull’aborto. E’ la grande coerenza del Male, una coerenza che non si ferma di fronte agli escamotage burocratico-sanitari dei protocolli medici.

Un feto di 20 settimane dal punto di vista biologico, fisiologico, filosofico e ontologico è la stessa identica persona a 38 settimane. Si chiama essere umano e abortirlo a 16 settimane rispetto alla 26esima, non cambia la realtà delle cose che rimane sempre la stessa.

Questo il Male, cioè il diavolo, che è essere malvagio ma dotato di comprensione delle cose, lo capisce. Non lo capisce chi si scandalizza del clamore di una decisione, quella della Corte che è assolutamente coerente con la malvagità della premessa abortista da cui parte: abortire è un diritto, il feto non è un essere umano. Eliminarlo dunque all’inizio o alla fine della sua avventura gestazionale non fa alcuna differenza.

E’ la lucida malvagità che animava il dottor Gosnell, del quale è uscito un film proprio in questi giorni: perché uccidere un bambino entro la ventiquattresima settimana è perfettamente legale e «compassionevole», mentre ucciderlo subito dopo che è nato non lo sarebbe più? E’ una domanda che rivela tutta l’ipocrisia della cultura abortista dominante, la quale rifiuta di riconoscere che la vita è un continuum e che il nascituro è a tutti gli effetti un essere umano fin dall’istante del concepimento.