• LA BUONA SCUOLA

A scuola, protagonisti di un'avventura

E' iniziato quel periodo dell’anno in cui - genitori e figli insieme - sono alle prese con la scelta del nuovo percorso formativo. Quale sarà la scuola migliore? Come scegliere? Da cosa si riconosce una "buona scuola"? «La buona scuola è un'avventura che educa i ragazzi a diventare protagonisti della propria vita». Parla il Professor Franco Viganò, Presidente di SPAperlascuola.

Ragazzi a scuola

Mentre il Ministero dell’Istruzione si prepara ad avviare le iscrizioni per l’anno scolastico 2017/2018, le Scuole italiane – tra presentazioni, incontri e open-day - stanno aprendo le loro porte ai futuri alunni. Intanto, sul web, iniziano a circolare le classifiche dei migliori istituti scolastici italiani: la più autorevole e attesa, quella stilata dalla Fondazione Agnelli (Eduscopio.it), ha fatto il suo debutto on-line qualche giorno fa. Insomma, è ufficialmente iniziato quel periodo dell’anno in cui - genitori e figli insieme - sono alle prese con la scelta del nuovo percorso formativo. Una scelta davvero importante, se si considera che la scuola non sarà solo il posto in cui - spendendovi gran parte del loro tempo - i ragazzi saranno istruiti. Ma sarà anche un luogo di educazione e indirizzo nel percorso di crescita verso l’età adulta. La scuola, volente o nolente, avrà un ruolo importante nella definizione di che uomini diventeranno. Dunque: quale sarà la scuola migliore? Come scegliere, con quali i criteri? Cosa deve avere una scuola, per essere una “buona scuola”? E come posso aiutare mio figlio o mia figlia a decidere?  Queste, come molte altre, sono le domande che animano mente e cuore dei protagonisti di questa entusiasmante decisione. La NuovaBq ne ha rivolte alcune al Professor Franco Viganò, che alla scuola ha dedicato, praticamente, una vita intera: dopo 15 anni di servizio come Professore di italiano e storia in un Liceo Paritario prima ed in un Istituto Tecnico Statale poi,  e 26 anni da Preside dell’Istituto paritario Don Gnocchi di Carate Brianza, oggi Franco Viganò è Presidente di SPAperlascuola, un ente che si occupa, fra l’altro, di orientare i ragazzi nella scelta del percorso scolastico e di formare i docenti per l’Orientamento.

Professor Viganò, partiamo dagli ultimi dati disponibili: è uscita nei giorni scorsi la classifica Eduscopio.it che seleziona le migliori scuole superiori di tutta Italia. Le seleziona sulla base di due criteri: quello relativo agli sbocchi universitari e quello relativo agli sbocchi lavorativi. L’ “efficienza didattica” è un criterio sufficiente per scegliere una buona scuola?

L’efficienza didattica e la capacità di introdursi nel mondo del lavoro sono criteri fondamentali nella valutazione di una scuola, a condizione però di intendersi su che cosa significhi “efficienza didattica”. Una scuola può essere ottima nel preparare dei bravi esecutori cioè, persone che hanno acquisito delle chiare competenze e le sanno applicare in modo adeguato. Al contrario una scuola può ambire a crescere persone in grado di usare criticamente la ragione, capaci di affrontare le circostanze e di muoversi tra gli imprevisti, persone che sanno orientare il loro modo di studiare e di lavorare a ciò che la realtà propone. Voglio dire, la grande questione è: la competenza didattica è un modo per crescere degli uomini o un modo per creare dei servi? Perché è chiaro che parliamo di due mondi diversi.

Dove si vede concretamente questa diversità?

Creare dei bravi esecutori, tutto sommato, è semplice: si insegnano ai ragazzi le cose da sapere e le competenze da acquisire, gliele si fanno ripetere dieci, venti, cento volte, si esige che eseguano cento volte gli stessi esercizi, finché i ragazzi li sanno eseguire a puntino. Cioè, prendo dei pacchetti di conoscenze e li trasferisco nella testa del ragazzo che ho di fronte.  Esattamente come si fa con le foche: se prendo una foca e le faccio ballare la palla sul naso per cento volte, alla fine la foca sarà capace di far ballare la palla sul naso. Invece, per tirare grande un ragazzo intelligente, occorre chiamarlo a un’avventura, bisogna proporgli dei dati, chiedergli di formulare  un’ipotesi di significato ed invitarlo al rischio di una verifica personale, occorre fargli fare un’esperienza di conoscenza critica. Dove la conoscenza non è già pronta e impacchettata, ma va scoperta giorno dopo giorno. Di conseguenza, il ruolo dell’insegnante non è quello di ripetere stancamente delle informazioni, ma è quello di guidare il ragazzo a scoprire e affrontare il mondo della conoscenza. E’ un’avventura che il ragazzo e l’insegnante fanno insieme.

Un’avventura dove, mi pare di capire, non si può prescindere da un rapporto tra ragazzo e insegnante…

Per trasferire delle conoscenze, come per le foche, sono sufficienti il bastone e la carota, nella forma della minaccia della bocciatura e del miraggio di un futuro successo professionale (vedi le mirabolanti promesse di open day e depliant scolastici). Invece, per rendere un ragazzo intelligente, servono almeno tre cose. Primo: un insegnante  appassionato al suo lavoro e impegnato a scoprire cose sempre nuove.  Secondo: un insegnante disposto a mettersi in gioco coi ragazzi. Ciò significa che il ragazzo deve prendere fiducia nell’insegnante, affinché possa vincere la paura di sbagliare – che è il vero nemico da combattere nella scuola. Un rapporto in cui si senta sostenuto e accompagnato dall’adulto. E terzo: occorre che al ragazzo si chieda di essere protagonista del suo apprendimento. Una scuola per sua natura è un luogo di lavoro e come tale non può non essere faticosa, ma deve saper proporre una fatica carica di significato, una fatica  affascinante. E per i giovani è affasciante ciò in cui hanno la possibilità concreta di essere protagonisti. Un luogo dove possono porre le loro domande, proporre delle direzioni, un luogo in cui possono portare i loro interessi e le loro aspettative. E tutto questo è certamente un problema di rapporto tra il ragazzo e l’adulto che guida.

Torniamo alla scelta. Va bene consultare le statistiche, ma il rischio è che poi si deleghi ai numeri una scelta che, invece, è già in sé un’importante occasione di crescita per il ragazzo. Allora, come i genitori possono aiutare il figlio a prendere una decisione consapevole?

Questo per un ragazzino ed i suoi genitori è un problema serio; lo era già cinquant’anni fa quando io finivo la Terza Media, oggi lo è molto di più per il can can di messaggi pubblicitari che li investono. Certamente i numeri e le statistiche danno informazioni utili e son da tenere in considerazione, ma non possono essere un criterio esauriente. La cosa fondamentale che deve fare un genitore è ascoltare molto questo suo figlio, i ragazzi vanno prima di tutto ascoltati. E poi, visitare le scuole, girare per gli open-day, parlare con i presidi, confrontarsi con gli altri genitori… Ma occorre muoversi tenendo una domanda bene impressa nella mente: in quella scuola pensano al ragazzo come uno scatolone da riempire di nozioni o lo guardano come una persona? E quindi: in questa scuola, offrono al ragazzo una possibilità d’iniziativa, un’occasione di fare esperienza, di imparare a trovarsi una strada oppure no? Questa è una domanda che può aiutare molto un genitore per comprendere che scuola ha di fronte. Detto in un modo ancora più semplice: occorre una scuola dove non ci si annoia, perché si è messi alla prova con un’iniziativa propria e non solo con cose da sapere.

D’accordo, però magari tutte queste cose si scoprono dopo, quando la scuola è già stata scelta e si frequenta…

E’ vero, questo va verificato sul campo, senza dimenticare che si può sempre cambiare scuola senza gravi ripercussioni. Però, c’è un indicatore sicuramente efficace. C’è una cosa che io guardavo sempre quando dovevo scegliere una scuola per i miei figli e che guardo ancor oggi con i ragazzi di cui mi occupo nel mio nuovo lavoro. Quando entro in una scuola vedo subito se i ragazzi hanno uno sguardo spento, appesantito, teso e preoccupato o se, invece, sono un po’ allegri, se si guardano in giro con vivacità. Ecco, la prima impressione è davvero importante, perché, se quella scuola è un ambiente dove i ragazzi sono protagonisti, lo si può intuire sin dal loro modo di fare. Certo, non bisogna mai dimenticare che a studiare si fa fatica, ma se il ragazzo è chiamato a un’avventura, la fatica non lo spegne.

Poi, a cos’altro fare attenzione?

Una seconda cosa importantissima per capire una scuola che vale di più rispetto a una che vale di meno, è questa: come in quella scuola si affrontano le difficoltà. C’è una domanda importante da porre a presidi e insegnati, utile a svelare l’idea di scuola che informa il loro modo di lavorare: di fronte al ragazzo che va male a scuola, che non ha voglia di studiare, che non ci capisce un tubo di una certa materia, cosa fai per metterlo sulla strada giusta? Non esiste la risposta esatta, ma è una domanda che svela se il preside o l’insegnante fanno esperienza di questo, se ci pensano, se è un loro problema. Se sono in grado di prendere iniziativa per accompagnare un ragazzo sulla via della riscossa oppure se ne lavano le mani: è un problema del ragazzo e dei genitori, che vada a ripetizione! Che poi, tra l’altro, è il modo migliore per affossare la voglia di imparare. In quella scuola, come si occupano di chi è in difficoltà? E’ una domanda che usano farsi oppure no? Ecco questo è un indicatore fondamentale, una sorta di domanda trabocchetto.
   
Oggi va molto di moda parlare di “buona scuola”, secondo lei, cosa non può mancare in una buona scuola?

Le rispondo con un esempio. Sto facendo un’indagine in una scuola e qualche giorno fa ho fatto una fila di colloqui con ragazzi della stessa classe. Bene, a tutti piace matematica e scienze e a nessuno piace italiano. Poi  chiedo: “Qual è il tuo professore migliore?” Risposta: “Quello di matematica e scienze”. Questo accade perché nei ragazzi giovani l’attrattiva per l’apprendimento è inevitabilmente legata alla figura dell’insegnante. Ci vuole gente appassionata, curiosa, desiderosa di imparare e che abbia voglia di capire questi ragazzi, di comprendere cosa gli succede nella testa, che li guardi negli occhi. E’ questo che fa davvero la differenza. Oggi va di moda parlare di buona scuola in termini di attrezzature e di progetti, più o meno certificati; sia chiaro, sono molto utili, ci mancherebbe. Però, buone attrezzature ed efficienti progetti non fanno una buona scuola. Infatti, c’è un altro segreto per valutare una scuola: andando ad una presentazione bisogna guardare se parlano più di attrezzature o più di ragazzi. Se fanno l’elenco delle cose che hanno o se fanno l’esempio di come trattano i ragazzi, di come stanno insieme a loro. Ecco, questo è un altro indicatore: se parlano troppo di attrezzature, anche se sono splendide, la scuola è cattiva. 

In oltre 40 anni di esperienza, come ha visto cambiare il sistema scolastico italiano?

L’impressione generale è che la scuola italiana stia scimmiottando sempre di più il modello americano: un modello finalizzato ad una preparazione analitica ed esecutiva, veramente disastroso. Con un livello di preparazione decisamente basso. Tanto è vero che negli Stati Uniti è in corso un fortissimo dibattito, perché molti si rendono conto che il modello utilizzato per decenni sta scoppiando. Bene, noi ci stiamo muovendo verso quel modello. La scuola italiana sta diventando la scuola delle procedure: stiamo studiando e mettendo a punto delle procedure codificate e molto rigide per mettere le diverse nozioni nella testa dei ragazzi. Così facendo, inseriamo i ragazzi in un percorso obbligato, dove il risultato più frequente è che il ragazzo perda la voglia di studiare; soprattutto sono esposti al rischio di perderla i più intelligenti ed i più vivaci. Le domande, le proposte, lo spirito d’iniziativa, la vivacità intellettuale e via dicendo.. sono completamente tagliati fuori. Il ragazzo deve arrivare, sedersi nel banco e fare ciò che gli ordina l’insegnante. E’ un modello di scuola che cresce dei piccoli servi, non degli uomini. Ma, fortunatamente, esistono ancora scuole in cui non è così. Per questo scegliere bene, oggi, è ancora più importante.