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A proposito di quote rosa

Personalmente, ritengo umiliante per le donne il concetto stesso di “quote rosa” perché mi sembra esprimere, nella sua apparentemente delicata dizione, la seguente frase: «Guarda, sei stata eletta perché ti abbiamo tenuto un posto».

Caro direttore,

in questi giorni, più del solito, si fa un gran parlare di “quote rosa”: non rispettate, trascurate, ignorate dalla società maschilista. Personalmente, ritengo umiliante per le donne il concetto stesso di “quote rosa” perché mi sembra esprimere, nella sua apparentemente delicata dizione, la seguente frase: «Guarda, sei stata eletta perché ti abbiamo tenuto un posto». Così come si faceva un tempo sui mezzi pubblici per i mutilati e gli invalidi.

Nilde Jotti non ha avuto bisogno di quote rosa per diventare la prima presidente della Camera, e non ne ha avuto bisogno neppure Tina Anselmi, prima donna Ministro, alla quale dobbiamo la Legge sulle pari opportunità (9 dicembre 1997 n. 903). La società era meno maschilista, oppure avrà influito la loro esperienza (pur su sponde opposte) di staffetta partigiana?cIo sono per la seconda ipotesi.

Ritengo che una donna sappia, debba e possa esprimere tutta la propria “grinta” tanto quanto un uomo. A certe condizioni, di cui la prima credo sia quella di aver imparato a “sudarsi il proprio pane” e ad amare i valori che vuol difendere. Di fronte alla determinatezza, anche la più maschilista struttura universitaria non poté impedire a Maria Montessori di conseguire la Laurea in Medicina.

Mosche bianche – si dirà – casi rari che confermano la regola. Non è così: che cosa non hanno saputo fare tante e tante donne (giusto per rimanere nei nostri tempi) quando i loro fratelli, figli o mariti morivano nella campagna di Russia?

Che cosa non sanno fare molte donne oggi, nelle parti più provate del mondo per tenere alta la loro dignità? Possibile che solo in politica occorra la “riserva del posto”? Inoltre, mi dà fastidio questo vittimismo, come se solo le donne fossero vittime di un disegno perverso che le vuole escludere. Vittimismo che in alcuni casi rasenta la mania di persecuzione e impedisce la riflessione su di sé.

Che cosa dire allora dell’esclusione di Jerome Lejeune, fondatore della genetica moderna, dalla nomination al Premio Nobel per aver affermato una verità scientifica? Tanto gli costò l’affermazione che nella morula non entra più nulla dopo il concepimento e, quindi, l’uovo fecondato è una persona.

Le sconfitte toccano a donne e uomini, senza differenza, perché il “disegno” è molto più ampio di quel che si vuol far credere. Non è una mano maschilista a tracciarlo, ma è frutto dell’indebolimento della persona che ricerca il successo oggi, a costo di umiliazioni, più della certezza che nulla va perso: un valore affermato e vissuto che, anche se perdente al momento, può generare una società nuova che non vedremo. Generare non è mai stato facile. E le donne, che siano madri o meno, dovrebbero saperlo meglio degli uomini.